Recensione: Fernando Aramburu, Anni lenti, Guanda,

Fernando Aramburu, Anni lenti

Guanda, pp. 223, euro 17

Traduzione Bruno Arpaia

Il secondo romanzo tradotto in Italia dell’autore di Patria, l’acclamato, a ragione, best seller dello scorso natale, permette di porsi diverse domande sulla natura della letteratura, anche se dire diverse è esagerato, diciamo una, fondamentale, domanda, ovvero se chi scrive scrive solo per sé o scrive per tutti, ovvero la domanda consiste nel chiedersi se la letteratura abbia una funzione universale o particolare. Possiamo iniziare con il dire che questo è una sorta, per usare il linguaggio televisivo che ovviamente aborriamo, una sorta di prequel di Patria, anche se in letteratura il concetto stesso non ha senso, perché ogni storia dovrebbe scaturire dall’ingegno dello scrittore che lo ricaverebbe dal mondo reale, e quindi se racconti una storia, questa ha un inizio e una fine quando la scrivi, non è che poi, quando l’hai finito, ed ha avuto successo, e allora ti chiedono di scrivere il prequel e il sequel allora tu li scrivi, ma li scrivi solo per la cassetta, il che non è bello per la letteratura, e infatti Aramburu, che è uno che probabilmente con la letteratura ha un rapporto molto intimo e personale, ragionato, ha, credo io, scritto questo libro senza avere alcuna idea di quello che avrebbe scritto dopo, Patria, né quando ha scritto quello, Patria, l’ha fatto tenendo conto di quello che aveva scritto prima, Anni lenti, se non nel senso che i fatti descritti in Anni lenti, essendo fatti estremamente credibili e reali, ovvero come si viveva nei paesi baschi alle origini del fenomeno ETA, si legano alle vicende delle due famiglia di Patria; e quindi i membri della famiglia protagonista di Anni lenti hanno, come in Patria, atteggiamenti diversi verso il nascente fenomeno ETA, atteggiamenti nel complesso dominati dall’aggettivo del titolo, la lentezza appunto, che è una caratteristiche che per chi vive il presente appare sorprendente, perché il presente è caratterizzato dall’opposto della lentezza, e questo opposto, nel romanzo, è in parte visibile nell’intromissione dello scrittore che aggiunge parti che sembrano prese da una specie di diario di lavoro, che ci mostra le considerazioni che uno che scrive deve sviluppare sui pensieri, le azioni e l’ambientazione dei protagonisti della sua storia, per renderli protagonisti di una storia, e i due elementi così frammisti riescono a porre il lettore in una situazione quasi teatrale, quindi lenta, da cui può osservare i cambiamenti, lenti, che accadono alle persone e le fanno diventare quello che accade loro di diventare, più o meno per caso, più o meno per necessità, dipende tutto dalla velocità con cui si osservano i fatti, e questa non è proprio la risposta alla domanda iniziale ma a qualcosa può servire, credo. Buona lettura, lenta.

p.s.

Non so se si può mettere un p.s. in una recensione, però lo metto e poi vediamo, ma lo metto solo per segnalare anche in questo caso la traduzione di ottimo livello fatta da uno scrittore come Bruno Arpaia, cosa che volevo sottolineare perché sto leggendo un’altro libro tradotto da uno scrittore, Pino Cacucci, e pure quello, sono arrivato a metà, sembra un ottimo libro. Ne riparleremo, forse, a breve.

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