Recensione: Fernando Aramburu, Patria, Guanda

Fernando Aramburu, Patria

Guanda, pp. 626, euro 19

traduzione Bruno Arpaia

 

Il generale non esiste senza il particolare. Questa affermazione intransigente serve a capire la bellezza e la ricchezza di quello che, con ogni probabilità, è il miglior romanzo estero pubblicato in Italia nel 2017. L’autore non prende una posizione ideologica nel raccontare  i fatti, ma si limita, si fa per dire, a narrare le vicissitudini delle due famiglie protagoniste , il loro intrecciarsi per oltre trent’anni di storia dei paesi baschi. E, nel mentre ci mostra queste vite, racconta mostrando dal vero, il clima che si respirava nei paesi baschi mentre l’Eta era operativa.

Tutto sembra partire dall’uccisione di Tzato, un imprenditore basco ricattato dall’Eta per anni, e che ha deciso una blanda opposizione. Ma è un punto di partenza di comodo, che io ho casualmente scelto tra la miriade di punti possibili. Questo romanzo è un tutt’uno, una sfera perfetta in cui ogni punto rimanda ad un altro. Per comodità possiamo partire dalla scomparsa di Tzato, ma saremmo potuti partire dalla sua amicizia con …., o dalle vicende personali dei 5 figli di queste due famiglie; famiglie tanto unite un tempo e che l’odio seminato dall’Eta allontana. Oltre alla perfezione del meccanismo narrativo, anche la lingua merita un encomio. E’ ovvio che è difficile valutare l’originale, perché noi leggiamo il libro in traduzione; ma la traduzione è quella di Bruno Arpaia, intellettuale e scrittore egli stesso che riesce a rendere in maniera eccellente uno scritto non sempre facile, molto calato nell’immediatezza dei pensieri dei protagonisti.

Le vite concrete, particolari, di tante persone sono create/inventate talmente bene che la realtà scaturisce da questa invenzione più vera che mai. La vita imita l’arte perché solo l’arte può mostrarci la vera vita.

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