Recensione: Joyce Carol Oates, Una famiglia americana

Joyce Carol Oates
UNA FAMIGLIA AMERICANA

Edizioni Il Saggiatore | pp. 504 | € 20
Traduzione di Vittorio Curtoni

Fra il 1976 e il 1980 si svolge il cuore del romanzo della Oates. Sono gli anni in cui la famiglia Mulvaneys, non una famiglia americana qualunque, ma una famiglia specifica, con un destino che, descritto man mano dalle parole attente e calibrate della bravissima scrittrice americana, va inconsapevole incontro al dramma che ne cambierà per sempre le sorti; svelando, caso mai ce ne fosse bisogno, che il destino è un concetto di comodo, nessun destino è scritto ma ciascuno è responsabile del proprio futuro. La famiglia è la tipica Famiglia Americana Felice. Il padre, Mr Michael Mulvaneys sr., è un impresario edile, uno che s’è fatto con le sue mani. La sua ditta installa e ripara tetti in tutta la contea di Chautauqua, a nord di New York; la moglie, Corinna, è una vera Mamma Americana; molto concreta, poco attratta dall’esibizione, si occupa della fattoria e dei quattro figli. E crescono tutti felici e contenti in questo eden di semplicità, un eden che li richiamerà costantemente a sé quando le cose inizieranno ad andar male. Sì, perché anche in paradiso può affacciarsi il male. Marianne, la secondogenita, ha diciessette anni e la sera del ballo scolastico le succede qualcosa. Ma sono gli anni ‘70, non siamo a Los Angeles, il paese è piccolo e certe cose, certe accuse, non si dicono e non si possono sostenere, soprattutto se il responsabile è il figlio diciottenne di una delle famiglie più in vista di Mount Ephraim, il paese dove vivono i Mulvaneys. E tutto inizia a sfasciarsi.
Con una sensibilità e una precisione che regge il paragone con i nomi più illustri della storia della letteratura, la Oates percorre i quattro anni in cui tutto cambia e fa approdare i sopravvissuti su una spiaggia vergine che, guarda caso, è l’annuncio di un nuovo eden; perché tutto scorre e il paradiso è solo un istante.

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