Recensione: Marco D’Eramo, Il Selfie del mondo. Indagine sull’età del turismo, Feltrinelli.

Recensione

Marco D’Eramo
Il Selfie del mondo. Indagine sull’età del turismo
Feltrinelli, pp. 234, euro 22

Il commento a questo libro può iniziare con la frase di Beckett che Deleuze e Guattari pongono all’inizio dei Millepiani: ““Non viaggiamo per il piacere di viaggiare, che io sappia. Siamo stupidi, ma non fino a questo punto.” Questa frase lascia sospettare un certo snobistico disprezzo del turista, ma lascia anche intravedere una profonda verità. Molto spesso il viaggiare non è piacere puro, è una specie di lavoro, è un’attività che richiede una certa preparazione, ha dei costi che stanno diventando sempre più alti e comporta dei fastidi che, mentre li stiamo subendo, ci chiediamo cosa ci ha spinto a muoverci per sopportarli.

Andiamo con ordine. L’industria turistica è una delle più grosse macchine per la produzione di denaro contante in mano al capitalismo, ed è quindi essenziale per tutti, visto che siamo tutti all’interno del capitalismo, che essa continui a funzionare. Ciò è diventato sempre più vero mano a mano che la produzione di beni è diventata meno importante nelle nostre economie. La produzione si delocalizza, noi siamo addetti al consumo.

Per questo entrano in funzione i markers, ovvero delle etichette socialmente riconosciute che attribuiscono un valore sociale ai luoghi e agli oggetti del turismo. Nell’interpretazione classica marxista questo meccanismo crea alienazione nel soggetto, similmente al meccanismo che aliena l’operaio in fabbrica. D’Eramo però fa una domanda basilare alla fine del libro, se sia cioè possibile un’esistenza ove non ci sia alienazione. Tutta l’esperienza del turista è alienante in senso marxiano, ma è anche arricchente in senso più strettamente sociale. Chi ha fatto il turista, cioè tutti, unisce un disprezzo sottile per gli altri turisti – “Come Graucho Marx che non s’iscriverebbe ami ad un club cui fosse invitato, così, arrivato in un posto, il turista si lamenta perché, dice, qui sono già arrivati i turisti” (p. 69) – ad un atteggiamento di esagerata attenzione per recuperare tutti i marckers che il luogo che sta visitando reca.

Il libro è interamente svolto all’interno di questa contraddizione. Il turismo è alienante perché costruito con le dinamiche del capitalismo, ma al di fuori dell’alienazione non c’è possibilità per il singolo di acquisire informazione. L’alienazione è dunque, forse, parte ineliminabile della realtà. Occorre, per combattere per quanto possibile questa dinamica, avere coscienza della natura artificiale del bisogno turistico. D’Eramo porta diversi interessanti esempi a sostegno della tesi, peraltro già sostenuta da Debord, che la società dello spettacolo riduce tutto ai propri parametri. La città cinese di Lijiang è un esempio di quanto possa la decisione politica di cavalcare l’onda del turismo creare una realtà talmente falsa al punto da diventare vera. Questa città, nominata patrimonio dell’umanità – è molto interessante l’argomentazione sul ruolo che le istituzioni hanno nell’attribuire i market alle località – dopo tale nomina è stata quasi interamente ricostruita per essere in grado di ospitare i milioni di turisti che la assalgono quotidianamente. Ancora, il tanto tradizionale kiklt scozzese fu inventato da un inglese nel 1727 e da allora sfoderato in ogni occasione si voglia richiamare alla mente le origini scozzesi. Questi due esempi scelti a campione dal libro valgono per tutti gli altri casi descritti in cui un fatto/luogo/evento storico viene creato artificialmente e artificialmente accresciuto per convincere la gente che di fronte ad esso si è di fronte ad un pezzo di autentica storia, di autentica umanità, di autentica Human Heritage.

Il punto centrale è che il capitalismo maturo ha bisogno di occupare tutto lo spazio vitale dell’individuo. Il turismo è parte dello spazio vitale e quindi viene occupato. Come diceva  Beckett, nessuno viaggia per il piacere di viaggiare; ma qualche piacere è forse connesso al viaggiare e quindi compito di ognuno è cercare di massimizzare questo piacere senza farsi schiacciare dall’insensatezza che lo avvolge. Contro questa speranza quasi tutto si schiera implacabile, anche l’organizzazione delle moderne città, che si rispecchia nell’organizzazione degli spazi fisici di vita. Parliamo dello zoning, ovvero della divisione per aree omogenee delle città stesse. Lo zoning ha poi a che fare con il controllo che il potere esercita sull’individuo, che non può concepire di fare una cosa ove non sia previsto. Una città organizzata per compartimenti stagni si riflette in una mente organizzata per compartimenti stagni. Il turismo diventa così un’attività tra le tante che ognuno compie all’interno delle maglie del capitalismo.

E’ possibile trovare una risposta a questa situazione? D’Eramo non la trova, forse non è suo interesse farlo. Per tutto il libro oscilla indeciso tra una critica alla scuola di Francoforte – di cui pure pure implicitamente apprezza la coerenza – e a tutto il marxismo e una larvata denigrazione del fenomeno turistico di cui però non giunge mai a criticare i modi in cui si manifesta. Questi sono prodotti dal condizionamento della società, di cui l’individuo è vittima. Ma se non si criticano i fenomeni manifesti, l’analisi rischia di restare sterile perché il noumeno sfugge, non si lascia immobilizzare. E’ dialettico, si contraddice mentre si manifesta e supera costantemente se stesso. Un bella lettura, tanti dati interessanti; in definitiva un selfie del mondo.

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