giovedì 5 giugno – ore 19
ingresso libero
Spazio Terzo Mondo
promossa dal PD Seriate e dalla lista civica Seriate Bene Comune
in collaborazione con La Tenda di Amal, Emergency, Agesci, ANPI e Slow Food
presentazione della mostra:
LA NAKBA – la catastrofe
fuga ed espulsione dei palestinesi nel 1948 e 2023
Il PD Seriate e la lista civica Seriate Bene Comune sono promotori di una iniziativa che nasce con l’obiettivo di divulgare e accrescere la consapevolezza sulla drammatica situazione palestinese, analizzando le radici storiche degli eventi a partire dalla nascita dello Stato di Israele nel 1948, gli attacchi terroristici del 7 ottobre 2023 e la successiva e attuale azione distruttiva israeliana.
Conferenza stampa a presentazione della mostra, interverranno La Tenda di Amal, Emergency, Agesci, ANPI e Slow Food. A seguire visita della mostra con brindisi e piccolo aperitivo.
Due tappe per approfondire e comprendere:
La prima tappa: 1948
70 anni fa, mentre il 14 maggio 1948 finiva il mandato britannico in Palestina e nasceva lo Stato d’Israele, il 15 maggio 1948 iniziava la Nakba, termine che letteralmente in arabo significa “catastrofe” e corrisponde all’esodo di 700.000 Palestinesi dalla Palestina storica. Le città palestinesi vennero così distrutte o inglobate nel neonato stato.
Per il popolo palestinese la Nakba corrisponde quindi all’inizio della diaspora. Le atrocità perpetrate dalle forze sioniste obbligarono il popolo autoctono a lasciare tutta la loro vita quotidiana e la loro terra, disperdendosi nei campi profughi tra la Cisgiordania, Gaza e negli altri Stati Arabi. Nei Palestinesi, forte e martellante è la speranza del ritorno, frutto della sofferenza per il distacco dalla propria terra e l’ansia per la ricerca dei propri familiari.
Il “ritorno” diventa anche il tema principale della letteratura palestinese della Nakba, a cui si accompagna una frenetica scrittura per mantenere forte e salda la memoria da tramandare ai figli. Chi scappò nel 1948 non poté più ritornare. Le case vuote, lasciate con la speranza di potervi fare ritorno e per questo con all’interno cose personali quali vestiti, foto, libri, furono assegnate a “proprietà di assenti” e quindi ai nuovi abitanti della Palestina. Ancora oggi, i Palestinesi conservano con amore, orgoglio e gelosia le vecchie chiavi delle loro case ormai perdute.
La seconda tappa: Oggi
Sul genocidio che si sta consumando a Gaza, il silenzio non è più un’opzione. La cifra della tragedia che ha travolto la popolazione palestinese è ormai tale che non è più possibile ignorarla. Gaza è sull’orlo della morte per fame: non solo quasi mezzo milione di persone, una su cinque, rischia letteralmente di morire di fame, ma è l’intera popolazione della Striscia ad affrontare alti livelli di insicurezza alimentare. Le abbiamo viste le immagini delle persone che si accalcano per ottenere briciole di cibo o gocce d’acqua.
Le condizioni di alimentazione e nutrizione sono classificate in 5 livelli di rischio: nella striscia di Gaza è a livello 4, la fase successiva, cinque, è direttamente la catastrofe. La situazione è precipitata a causa del rifiuto del governo israeliano di far entrare gli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza per oltre 11 settimane, nonostante la distruzione della maggior parte dei sistemi agricoli, ittici e alimentari» denuncia l’editoriale. Da qualche giorno le autorità israeliane hanno aperto ad aiuti minimi, ma le quantità rilasciate finora sono del tutto inadeguate. Una nota della FAO, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, documenta come, dopo il blocco degli aiuti umanitari, l’apporto calorico medio giornaliero per persona a Gaza sia crollato al 67% del minimo necessario per la sopravvivenza, un valore che si prevede diminuirà ulteriormente entro il 5 luglio.
La fame è solo un aspetto
Forse gli attacchi alle strutture e agli operatori sanitari sono quelli di cui più spesso abbiamo sentito parlare anche nei mesi in cui la strage a Gaza non rientrava tra le notizie. Ai primi dello scorso aprile, per esempio, l’aggressione alle ambulanze che ha portato alla distruzione di due veicoli e alla morte di 15 operatori, e il conseguente tentativo di IDF di negarlo ha trovato spazio su molti media.
Molto meno noto è che Gaza ha subito il maggior numero di attacchi all’assistenza sanitaria di qualsiasi altro Paese che abbia vissuto un conflitto nel 2024. Molti ospedali sono stati bombardati o distrutti, soprattutto nelle zone settentrionali di Gaza. L’assistenza specializzata è quasi del tutto scomparsa: l’Ospedale Europeo, l’unica struttura in grado di effettuare interventi chirurgici per il cancro, non è più in funzione. Il sistema sanitario, già moribondo, è stato ulteriormente indebolito dal blocco degli aiuti: «Il sistema sanitario di Gaza viene sistematicamente smantellato, rendendo impossibile sostenere la vita dei palestinesi». In realtà, tutte le infrastrutture necessarie alla sopravvivenza vengono sistematicamente attaccate, con «l’89% dei sistemi idrici e igienici e il 92% delle abitazioni distrutte o danneggiate. Con le zone militari vietate che ora coprono il 70% di Gaza e lo sfollamento di circa il 90% della popolazione in spazi abitativi sovraffollati con scarso accesso all’acqua potabile e ai servizi igienici, le malattie infettive sono diffuse».
Le condizioni disumane in cui sono costretti a vivere i palestinesi sostengono il proliferare delle malattie: confrontando i dati annuali del 2023 e del 2024, i casi di diarrea acquosa acuta sono aumentati di 36 volte, mentre la sindrome dell’ittero acuto (riferibile all’epatite A) di ben 384 volte. Tra i primati drammatici Gaza ospita anche la più grande coorte di bambini amputati della storia moderna. I dati dell’impatto della guerra sui più piccoli: 18.000 bambini e bambine uccisi dall’inizio del conflitto e 35 che in media perdono la vita ogni giorno, sono certamente quelli che hanno fatto più breccia nell’opinione pubblica. E a tradurre i numeri nella realtà quotidiana proprio in queste ore abbiamo nella mente (e negli occhi per chi ha avuto il coraggio di guardare il video) il dramma della pediatra Alaa Al-Najja, che ha perso nove dei suoi dieci figli quando un missile ha colpito la sua casa. Ma, oltre che per i bombardamenti e gli altri attacchi con armi da fuoco, bambini e bambine muoiono di malnutrizione cronica e quelli che sopravvivono potrebbero non riprendersi mai del tutto: oltre alle ferite fisiche, il trauma psicologico di vedere le proprie case distrutte e le proprie famiglie uccise non potrà che lasciare cicatrici permanenti.
La storia del conflitto israelo-palestinese e il contesto geopolitico circostante sono complessi ma le prove del tentativo di eliminare la popolazione palestinese ci sono e la comunità internazionale deve trovare il coraggio di infrangere il silenzio e battere l’impunità.
tratto da Scienza in rete newsletter