Recensione: Tom Wolfe, Il regno della parola, Giunti

Tom Wolfe, Il regno della parola

Giunti, pp. 174, euro 18

Traduzione Irene Annoni

Tom Wolfe è famoso in Italia soprattutto come scrittore di romanzi; suoi sono tre grandi opere che l’hanno posto all’attenzione del lettore sin dal lontano Il falò delle vanità (1987) come un impietoso fustigatore dei costumi degli americani. Ma Wolfe, da buon intellettuale, non si limita ai romanzi; famosa è una sua pubblicazione nella quale ironizza sui radicali da salotto; quelli, tanto per intenderci, armiamoci e partite. In questo libro Wolfe utilizza la sua sagacia per porre dei dubbi su due grandi personalità della storia della scienza, ovvero Charles Darwin e Noam Chomsky; o meglio, utilizza la scusa di alcuni punti discutibili nella carriera di Darwin per prendersela con l’ancora vivente Noam Chomsky, indiscusso padre della linguistica. La cui carriera ha, secondo Wolfe, numerosissimi punti discutibili.

Questi due scienziati, pur occupandosi di campi estremamente lontani, sono accumunabili da una comune difficoltà, spiegabile con il loro atteggiamento massimalista nei confronti della propria disciplina, ad accettare quanto sembra contraddirla. Spieghiamo meglio. Darwin ha creduto, dopo aver faticosamente e in maniera non del tutto limpida (secondo Wolfe) afferrato al volo la patria potestà sulla teoria dell’evoluzione in base alla selezione naturale, di avere formulato una teoria in grado di spiegare tutta l’evoluzione. Il suo ‘rivale’, Wallace, che aveva sviluppato un’idea simile in maniera indipendente, cerca di sconfessare Darwin mettendo in campo osservazione cui Darwin, effettivamente, non era in grado di rispondere. Allo stesso modo Chomsky, a partire dalla fine degli anni ’40, ha prodotto una miriade di libri e articoli volti a spiegare l’intero settore della linguistica in base alla sua teoria di una grammatica universale propria ad ogni essere umano che viene messa in atto da uno specifico organo linguistico, innato ed indipendente dal contesto. Ogni essere umano è dotato di questo organo, la lingua che parlerà dipenderà unicamente dal luogo ove si trova ad applicarlo. Tutte le lingue dell’uomo condividono una medesima struttura di fondo. La scoperta di un gruppo umano, i Piraha, che nel folto più folto della foresta amazzonica parlano una lingua priva di qualunque forma grammaticale riconducibile alle lingue note, pare mettere in crisi l’universalità di Chomsky. Ovviamente verso Daniel L. Everett, lo scopritore di questo fatto, parte una furibonda campagna da parte dell’ortodossia chomskiana.

Si può capire che entrambe le teorie  sono, come si dice in gergo, teorie del tutto. La teoria darwiniana venne presa per buona, grazie ad una miriade di fatti sociali che Wolfe ricostruisce in maniera piacevolissima ed arguta; la teoria di Chomsky si impose grazie alle capacità dialettiche dello scienziato americano ed alla completa assenza di una teoria alternativa. Le teorie del tutto, seppure affascinanti, hanno un grosso limite. A queste teorie sfugge inevitabilmente il particolare, il soggettivo, ciò che non rientra nella casistica generale. La lotta che queste teorie muovono ai fatti che sfuggono alla loro comprensione deriva da una cattiva applicazione del principio popperiano di falsificazione. Popper sviluppò le sue idee, peraltro discutibili, partendo dalla storia della fisica; cercare di applicarle in altri campi non è sempre produttivo. Nella stessa fisica Thomas Kuhn mostrò i limiti di Popper, ed in tutte le altre scienze che si discostano dalla purezza della matematica, questi limiti saltano all’occhio in maniera spontanea a chi voglia essere un poco attento. Non esiste una teoria in campo non matematico in grado di spiegare tutto perché il tutto non è descrivibile in termini matematici, anche se questo è il desiderio di una cattiva versione dell’illuminismo; una versione che, a ben vedere, ha condotto l’umanità verso il nazismo.

Ma queste considerazioni toccano solo di sfuggita lo sviluppo del testo di Wolfe che, alla bella età di 86 anni, ha ancora la forza di prendersela con chi, secondo lui, ha condotto o sta conducendo la scienza lungo binari sbagliati, che servono solo a scoraggiare chi vuole fornire spiegazioni alternative di fatti che, nel piano rispetto della logica, possono essere spiegati in più modi. I fatti umani non dovrebbero essere dominati dai numeri, ma dai significati che l’intelligenza della specie e questa suo capacità peculiare di descrivere il mondo in astratto, usando dei suoni che nessun legame hanno con il mondo stesso, sono riusciti a generare in millenni di evoluzione. Significati che sono riusciti ha creare un ambito che supera di gran lunga quello naturale, fornito da madre natura.

Il regno della parola.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *