Recensione: Zerocalcare, Quando muori resta a me

Zerocalcare
QUANDO MUORI RESTA A ME

Edizioni Bao | pp. 302 | € 24

L’ultimo libro di Zerocalcare cambia prospettiva rispetto ai precedenti. Già in un’intervista che avevo letto prima che uscisse, spiegava come avesse deciso di lasciare temporaneamente le questioni sociali per dedicarsi al privato. Il privato di Zerocalcare, essendo italiano, è, inevitabilmente, la famiglia. Il difficile rapporto con i genitori viene raccontato in tutti i suoi risvolti, con la solita modalità autoironica che il fumetto permette a Zerocalcare di utilizzare a piene mani; Zerocalcare torna così ai suoi anni d’infanzia e parla del tempo perduto ponendo però al centro i suoi due genitori, divorziati da anni. Il loro divorzio è, appunto, il vulnus nella mente dell’autore. Scoprire il trauma irrisolto è il punto d’arrivo della storia, e ci si arriva in maniera piacevole, con disegni sempre curati e testi mai banali. Alla storia attuale è intrecciata una vicenda legata agli avi del papà, veneti d’origine, e ribadisce il peso dei conflitti, che restano attivi nella testa come mine inesplose.
Se Kundera diceva che si diventa adulti solo quando si sono seppelliti i genitori, il personaggio di Zerocalcare ribadisce la sua posizione di eterno immaturo, con i suoi conflitti non affrontati, sempre in balia delle reprimende del suo armadillo, e solo la prospettiva della morte sembra dare una via d’uscita a questo stato di cose; ma è un’uscita illusoria, perché quando muori resta a me.

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