Recensione: Rick Bass, Diezmo

Rick Bass
DIEZMO

Edizioni Mattioli 1885 | pp. 197 | € 18
Traduzione di Francesca Cosi e Alessandra Repossi

Chi ha letto Il figlio di Meyer sarà già informato del fatto che il Texas, prima di essere una delle stelle della confederazione, apparteneva al Messico; la sua adesione ufficiale agli Stati Uniti è del 1945. Prima di questa data però tra americani e messicani gli scontri furono numerosi e sanguinosi. Questo breve e intenso romanzo racconta, in forma appunto di romanzo, della spedizione di 500 americani oltre confine, al comando di due avventurieri, Green e Fisher. A narrare la storia è James Alexander, un ragazzino stanco della vita che fa con il padre e la madre, contadini senza una prospettiva che vada oltre il lavorare, mangiare e dormire. Così, insieme al suo amico James Shepard, si imbarca in quest’avventura. Non tutti i 500 attraverseranno il confine, ma tra quelli passati pochi faranno ritorno. Per noi contemporanei, così abituati alle guerre dei film, dove tutto è tecnologico e apparentemente indolore, è difficile capacitarci della durezza della vita in guerra, dove ogni istante è buono per morire; ed è altrettanto difficile accettare la crudeltà insiti in chi accetta di partecipare alla guerra. È indubbia in chi la dirige, ovvio, ma anche chi è semplice oplite sceglie di compiere atti crudeli. L’occhio di James osserva tutto questo e ne è inorridito ma non trova mai il momento buono per sottrarsi; si sente quasi incolpevole mentre descrive ciò che succede, ma, quando il diezmo presenterà il suo conto, anch’egli sarà ingiusto per sottrarsi alla possibilità della morte.
Ognuno per sé e Dio per tutti, in fin dei conti; ma adesso, che Dio è morto, che si fa?

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