Jonathan Coe
LA PROVA DELLA MIA INNOCENZA
Edizioni Feltrinelli | pp. 416 | € 14
Traduzione di Mariagiulia Castagnone
Sfruttando la più recente storia inglese, Jonathan Coe costruisce un elegante romanzo imperniato attorno a una verità lapalissiana: le persone di destra sono in linea di massima pessimi individui. Non sto parlando ovviamente delle gente comune, dell’uomo della strada che vota a destra perché vuole più sicurezza, del piccolo imprenditore che vuole evadere in tutta tranquillità, di chi rimpiange i bei tempi andati quando le donne stavano al loro posto e nessuno scioperava. Tutte queste prese di posizione sono un semplice atto irriflesso legato all’egoismo proprio di ogni essere umano; il dito di Coe è puntato contro la classe dirigente dell’Inghilterra che si è costituita come gruppo attorno a questa corrente di pensiero, in specifico contro un fantomatico gruppo che nasce negli anni ‘80 quando in Inghilterra di stava affermando la versione più radicale del tatcherismo, e che ora ha preso il nome di Processus Group. Costoro costruiscono un pensiero strutturato attorno al principio che ognuno deve agire in funzione del proprio massimo interesse. Christopher, studente a Cambridge insieme a costoro ma con tutt’altre idee politiche, imposterà la propria carriera di giornalista nel tentativo di chiarire al largo pubblico gli scopi di questo gruppo di potere. Molti anni dopo, durante le 7 settimane del governo di Liz Truss, è ospite di una coppia di amici dell’epoca la cui figlia, Phyl, neolaureata ma con scarse prospettive di lavoro, gestisce un take away di cucina giapponese insieme a un’amica. Saranno loro a cercare di portare la luce sul destino di Christopher, insieme a una godereccia ispettrice inglese sul punto di andare in pensione.
Un libro molto calato nella realtà sociale dell’Inghilterra che cerca di ribellarsi all’apparente inevitabilità di diventare pessime persone.