Recensione: Primo Levi, Il sistema periodico

Primo Levi
IL SISTEMA PERIODICO

Edizioni Einaudi | pp. 220 | € 12

Ventuno elementi chimici per intitolare i ventuno capitoli che costituiscono questa sorta di autobiografia del Primo Levi chimico; prima di finire ad Auschwitz e sopravvivere agli orrori nazisti, Levi aveva iniziato gli studi in chimica, che nel dopoguerra sarebbero diventati la sua professione: il chimico, appunto. Ciò che domina in questa raccolta è l’aspetto pratico della chimica, una materia che consente, a chi ne possiede le chiavi, di rendersi estremamente utile nell’ambiente in cui vive. Dopo il racconto delle difficoltà cui è andato incontro negli anni del progredire del fascismo, difficoltà sia per lo studio sia per iniziare un lavoro, Levi racconta di come le sue conoscenze gli siano servite per sopravvivere al campo e poi, per costruirsi una vita. Lo scopo di Levi nello scrivere questi racconti, come spiega nell’intervista finale che Philip Roth gli fece un anno prima della morte, è raccontare l’importanza che il lavoro ha nella vita di un uomo. Ma un lavoro, pratico, concreto, fatto di piccole cose e di piccoli ostacoli da superare per raggiungere un obiettivo; Levi ha di sé un’immagine molto ben integrata tra la parte che ha vissuto l’esperienza raccontata in Se questo è un uomo e quella che è vissuta prima e dopo.
Ogni elemento ha una sua funzione nella tavola periodica, come ogni esperienza ha una sua funzione nella vita.

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