Recensione: Horst Krüger, La casa rotta

Horst Krüger
LA CASA ROTTA

Edizioni Rizzoli | pp. 256 | € 18
Traduzione di Marina Pugliano e Valentina Tortelli

La shoah vista dall’altra parte, dalla parte di quelli che l’hanno messa in atto; o forse che l’hanno essi stessi subita. L’avvento del nazismo avviene in maniera silenziosa e invisibile nel piccolo borgo fuori Berlino dove l’autore di questo successo della Germania degli anni ‘60 torna vent’anni dopo la fine del conflitto; e il ritorno in queste strade che lo videro bambino giocare con altri bambini, e poi ragazzo andare a scuola con altri ragazzi fa partire la catena dei ricordi. Ma niente in questi ricordi è vissuto come un momento cruciale in questa trasformazione; o meglio, ogni momento è cruciale, perché tutti insieme, dalla morte della sorella all’adesione a un fantomatico movimento di protesta che vale al protagonista l’esperienza della prigione nazista, concorrono in quanto tali a spingerlo alla passiva adesione a ciò che il sistema prevede. Solo molti anni dopo, al primo processo di Francoforte, Krüger si renderà conto che lui e tutti i tedeschi sono in parte responsabili dell’avvento del nazismo, per aver permesso che le cose che succedevano, anche se invisibili alla maggioranza, succedessero, per aver permesso che quel piccolo Hitler che ciascun tedesco ospita dentro di sé si manifestasse senza opposizioni.
Un libro storicamente importante che segna l’inizio di una rivalutazione di quanto successo durante la guerra in Germania.

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