Recensione: Gneuss Charlotte, I confidenti

Gneuss Charlotte
I CONFIDENTI

Edizioni Iperborea | pp. 219 | € 17
Traduzione di Silvia Albesano

Finito il libro, è spontaneo levare un grazie agli dei dell’olimpo per non avermi fatto vivere in Germania Est negli anni ‘70. Con uno stile semplice al limite del brutale, disadorno come il mondo che descrive – un mondo ridotto veramente ai minimi termini, quelli della sopravvivenza biologica, e caratterizzato da un clima sociale dove dire homo hominis lupo è già bello – la giovane Charlotte Gneuss ci racconta la cupa vicenda che vede coinvolti la sedicenne Karin e i suoi amici/familiari in una piccola cittadina della Repubblica Federale di Germania negli anni del comunismo, o meglio, della Stasi. Infatti ciò che caratterizza tutto quello che succede a seguito della scomparsa di Paul, il fidanzato di Karin, non è tanto un’ideologia di fondo (comunismo) quanto il terrore di tutti nel tenere nascosto agli agenti della Stasi i motivi, reali o supposti, che possono avere spinto il giovane alla fuga: la fuga in Germania ovest, la fuga verso la libertà. Karin è ovviamente immatura e non sa come porsi di fronte al tradimento di Paul, fuggito senza dirle nulla; né le sue amiche né i suoi familiari le sono d’aiuto e lei non sa come muoversi tra le richieste sociali, il bisogno di essere fedele all’amore scomparso e le pressioni esercitate dagli emissari della Stasi. Le confidenze che tutti si sussurrano nel corso della storia sono una soluzione alla paura? Sono parole di conforto o sono una semplice fuga temporanea dall’orrore in cui si svolge la vita? Difficile dare una risposta, tanto quanto era difficile vivere in Germania a quei tempi. La soluzione trovata da Karin scavalca la finte verità basate sulle parole sussurrate in segreto, ma lo fa facendo tabula rasa: l’unico orizzonte di vita possibile nella Germania del tempo.

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