Recensione: Didier Eribon, Vita, vecchiaia e morte di una donna del popolo

Didier Eribon
VITA, VECCHIAIA E MORTE DI UNA DONNA DEL POPOLO

Edizioni L’Orma | pp. 252 | € 21
Traduzione di Annalisa Romani

Con uno stile che ricorda molto quello di Annie Ernaux, Didier Eribon affronta un argomento tabù per la cultura occidentale: la vecchiaia e la morte. Lo fa a partire dalla narrazione del repentino peggioramento delle condizioni di salute della madre cui fa seguito il suo ricovero in una struttura per anziani; ma la madre, invece di accettare passivamente l’internamento e il lento processo di perdita di contatto dal mondo, in poche settimane muore. E quindi il figlio racconta la vita della madre a partire dalla morte.
La madre era una vera donna del popolo, ovvero una persona cresciuta nel ceto inferiore della società, nutrita da tutti gli stereotipi e luoghi comuni di cui si nutre il popolo; il figlio, in breve, si distacca dalla famiglia e trova la sua strada nel mondo degli intellettuali parigini. Con la morte della madre, il figlio riflette sulla natura del rapporto di sangue, trovandolo molto meno potente del rapporto elettivo. In altre parole, per un uomo contemporaneo, estremamente individualizzato, contano molto di più le persone con cui si scegli di trascorrere la vita che quelle che la sorte ti assegna in base alla nascita. Sua madre invece non possiede questa possibilità di scelta. A vent’anni si sposa con un uomo con cui vivrà infelice per 55 anni; i figli non le daranno tutte questa gioie, si allontaneranno e sceglieranno vita che lei non approva e non può capire; solo dopo la morte del marito, giunta agli 80, scoprirà la passione per un anziano che incontra per caso e con lui vivrà una nuova primavera che si conclude con il peggioramento delle sue condizioni. Il caso concreto che racconta, la vita, la vecchiaia e la morte di una donmna del popolo permette all’autore di legarsi a due grandi pensatori che hanno parlato, in modi differenti, della terza età: Foucault e Simone de Beauvoir. L’autore di Sorvegliare e punire ci parla dei meccanismi di esclusione dalla società in Storia della follia e di tali meccanismi si avvale in uno dei suoi libri meno noti, La terza età, de Beauvoir per cercare di dare uno spazio alle persone che, giunte al termine della vita, con la perdita delle capacità motorie e intellettive, vengono di fatto escluse dalla percezione comune. Questa esclusione è dovuta, secondo l’autore, all’impossibilità di queste persone di costituirsi come classe sociale, avendo sia una limitata capacità di spesa sia una ancor più limitata capacità d’azione. Questa esclusione è uno dei grandi dogmi su cui si basano tutte le grandi narrazioni dell’occidente, in nessuna delle quali è preso in considerazione il ruolo che può svolgere una persona giunta al termine della vita.
Il libro di Eribon è il tentativo di fare parlare chi voce non ha, per provare a capovolgere una situazione che pare connaturata al reale. Un libro di sicuro interesse, da leggere con attenzione, anche se la morte è ancora lontana dai vostri pensieri.

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