Julian Barnes
ELIZABETH FINCH
Edizioni Einaudi | pp. 176 | € 18
Traduzione di Susanna Basso
Provate per una volta a porvi dal punto di vista del vostro librario che legge i libri e scrive le recensioni; cosa direste di un libro scritto bene, sicuramente curioso dal punto di vista intellettuale, ma che manca, palesemente, di una storia, di una vicenda che possa appassionare il lettore; un libro che, in altre parole, è un esercizio di stile scritto in un’epoca in cui gli esercizi di stile hanno un po’ fatto il loro tempo? Non posso quindi dire che la vita di Elizabeth Finch, l’insegnante di corsi per adulti che il narratore incontra e di cui ci narra l’esistenza, sia un capolavoro della letteratura; né posso dire che la vita di Giuliano l’apostata, l’ultimo imperatore dell’impero romano che cercò di contrastare il nascente cristianesimo – la religione per la morte – contrapponendogli il paganesimo – la religione della vita, del qui e ora – sia raccontata in modo tale da provocare l’immedesimazione del lettore; né, tantomeno, che la vita psicologica del narratore, una vita piena di fallimenti, sia in qualche modo arricchita dall’intreccio che EF – così è chiamata l’insegnante – crea con l’ultimo pagano virtuoso, un modello sospeso tra epicureismo e stoicismo, un imperatore acclamato dai suoi soldati ma che poi, nel corso della storia, è stato variamente disprezzato e denigrato dai pensatori cristiani, sempre alla ricerca di un nemico – possibilmente inerme – contro cui scagliarsi per rivendicare il duro percorso affrontato per portare la vera fede nelle anime derelitte dei popoli sottoposti al gioco della religione pagana. Una religione che, sia detto per inciso, nei tre secoli e passa in cui ha cercato di fermare il nascente movimento religioso, ha provocato molti meno morti di quanti gli scontri tra diverse fazioni del cristianesimo hanno provocato nei secoli successivi.
Questo, me ne rendo conto ora, è un inciso inutile, ma curioso; e del resto credo si possa dire lo stesso di questo romanzo: inutile ma curioso.