Recensione: Nicoletta Verna, I giorni di Vetro

Nicoletta Verna
I GIORNI DI VETRO

Edizioni Einaudi | pp. 434 | € 20

Nel cuore della Romagna, in un piccolo paese dimenticato dallo scorrere della storia, nasce Redenta. Gli anni sono quelli del fascismo e Redenta, nonostante il nome beneaugurale, non sarà così fortunata e a sette anni contrae la polio. Attorno alla sua vita sfortunata si snoda tutta la vicenda che copre gli anni del ventennio. La famiglia di Redenta è una famiglia povera di quegli anni e quei luoghi; la loro vita procede nel vano tentativo di parare i colpi della sfortuna. Ma ci sono anche delle piccole gioie: l’affetto che Bruno, il senza famiglia affidato alle cure di Fafina, la nonna di Redenta, è una di queste. In parallelo seguiamo la vicenda di una famiglia di ricchi forlivesi antifascisti, che accoglie Iris, altra ragazza povera alla ricerca di sorti migliori e progressive: Iris viene così iniziata alla politica, mentre il fascismo cresce provocando la naturale risposta dell’antifascismo. Ed è nella lotta contro la dittatura che si svolge il cuore del romanzo, nelle azioni della banda partigiana del capitano Diaz opposta a Vetro, il comandante fascista di Forlì che si allea ai nazisti dopo la resa di Badoglio. Un libro molto duro che nella crudeltà di Vetro trova una chiave di lettura. Ma anche i partigiani sono esseri umani e nell’opposizione di Diaz alle rappresaglie dei fascisti c’è anche una componente personale e così alla crudeltà si oppone l’irrazionalità, non certo la scelta migliore in guerra. Quasi tutto inventato ma quasi tutto credibile; nell’ambivalenza di alcuni personaggi il marchio di un’Italia che è risorta dal fascismo.
Dopo i classici della letteratura post resistenziale questa tematica viene riproposta con una modalità più melodrammatica, forse più adatta ai tempi nuovi, ma che lascia un pizzico di rimpianto a chi su quei classici si è formato.

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