Recensione: Colm Tóibín, Il mago

Colm Tóibín
IL MAGO

Edizioni Einaudi | pp. 512 | € 15,50
Traduzione di Giovanni Granato

Il mago è Thomas Mann, premio Nobel per la letteratura nel 1929. Il nomignolo gli venne assegnato dai figli per la sua abitudine a intrattenerli a tavola con semplici giochi illusionistici. L’attenzione ai dettagli della vita di famiglia è il tratto principale di questo appassionante romanzo. Secondogenito di cinque fratelli e a sua volta padre di sei figli, Mann riuscì, o meglio, dovette tenere nascoste per tutta la vita le sue inclinazioni sessuali, che erano principalmente omoerotiche, per conseguire il successo cui tanto ambiva. Questo elemento è presente in ogni pagina del romanzo, perché in ogni momento si presentano agli occhi dello scrittore occasioni che calamitano la sua attenzione e gli forniscono elementi per la scrittura. Leggendo la sua vita si vengono così scoprendo le figure reali che si nascondono dietro i personaggi dei suoi romanzi, mentre si legge la storia della cultura europea. Mann è già uno scrittore affermato quando scoppia la prima guerra mondiale: d’un balzo siamo al dopoguerra con le spinte verso il socialismo a cui seguirà il nazismo. Mann manterrà un atteggiamento ambiguo verso il nuovo potere ma a un certo punto le parole dell’intellettuale proromperanno verso un pubblico che non saprà vedere l’orrore nascosto tra i comportamenti dei nuovi padroni. E allora Mann dovrà scappare, prima in Svizzera e poi in America, dove osserverà lo svolgersi della seconda guerra mondiale. Resterà in America finché la sua medietà non desterà i sospetti nel nuovo clima di guerra fredda e allora tornerà in Europa, senza rientrare in patria, perché sia lui si la moglie nutrono per la vecchia Germania che si cela dietro quella nuova un disgusto profondo. La Svizzera sarà l’ultima dimora dello scrittore.
Un romanzo molto godibile, di facile lettura, come tutti i romanzi storici, che tralascia volutamente l’oscuro processo della creazione artistica e si concentra sulle dinamiche familiari prima, e storiche poi, che portarono il grande scrittore alla stesura dei sui otto romanzi. Quello che emerge della personalità di Mann è soprattutto la sua natura di osservatore, un osservatore che resterà a guardare fino all’ultimo se stesso e quanto lo circonda: le morti per suicidio, i matrimoni sbagliati, l’inconcludenza dei figli, tutti elementi da controllare e soppesare, per farne poi tasselli della sua letteratura. Sebbene Tóibín non si addentri nell’analisi del processo creativo – cosa del resto inutile – emerge con chiarezza che è la ricchezza dell’esperienza personale a permettere a Mann di diventare ciò che è diventato: un mago a svelare e un mago a nascondere.

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