Recensione: Percival Everett, Gli alberi

Percival Everett
GLI ALBERI

Edizioni La nave di Teseo | pp. 378 | € 20
Traduzione di Andrea Silvestri

Emmett Till era un ragazzino di colore che a 15 anni fu ucciso a Money, Mississippi, per aver rivolto la parola a una donna bianca. I colpevoli, benché incriminati, non furono mai condannati. Questo fatto costituì sicuramente un punto molto importante nella lotta per i diritti civili dei neri, ma la strada da percorrere era ancora molta. Con la sua consueta bravura, Everett riprende quel fatto di cronaca e lo attualizza, cambiando i poli della vicenda. Nella stessa cittadina, oggi, iniziano a morire in modo misterioso degli uomini bianchi – i primi morti sono legati alla donna che accusò il ragazzo – e la loro morte è sempre accompagnata dal cadavere di un nero, molto malridotto e avvolto nel filo spinato, che è come fu ritrovato Emmett. L’MBI (Mississippi Boureau of Investigation) inizia a indagare, maturando dei sospetti per Mama Z, Gertrude e altri neri di Money che paiono saperne più di quel che dicono, ma senza riuscire a individuare il/i colpevole/i. Viene quindi coinvolta anche l’FBI e la faccenda si ingrandisce sempre più fino a toccare la casa bianca, abitata dal primo presidente con i capelli arancioni della storia americana. Ma la paura e i tentativi di travisare la verità da parte di Trump sono solo il momento comico della vicenda, portato volutamente all’eccesso. Il senso – drammatico – del romanzo sta nella domanda che Mama Z pone ai poliziotti, neri, al termine delle indagini. Una domanda senza risposta da parte della legge, perché solo il lettore può darla.

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