Recensione: Goldie Goldbloom, Madre

Goldie Goldbloom
MADRE

Edizioni Playground | pp. 265 | € 18
Traduzione di Elio Turellato

Surie Eckstein è la protagonista di questo dramma familiare. L’azione si svolge a Brooklyn in un tempo imprecisato, o meglio, in un tempo specifico – oggi, probabilmente – ma che la collocazione sociale della donna lascia nell’indefinito. Surie è infatti la moglie di uno scrittore di pergamene della comunità chassidica newyorkese. Se come me non sapevate nulla dell’esistenza di questa comunità, vi informo che costoro vivono rifiutando ogni aspetto della modernità e nel rispetto completo di una serie di precetti che rimandano al popolo eletto ai tempi di Mosè. E fin qui tutto bene; ognuno vive come meglio crede, se non fa male a nessuno. Per Surie le cose si stanno però complicando: ha 57 anni, è madre di dieci figli, e si accorge di essere di nuovo incinta. Il problema in una comunità del genere è che il privato diventa subito pubblico e Surie teme il giudizio di tutti, anche del marito, sulla sua vita. So che sembra assurdo, ma tant’è. L’autrice, che con il suo cognome è stata probabilmente testimone diretta di situazioni simili, è molto abile nel delineare i pensieri dei protagonisti che ci conducono con apparente noncuranza al drammatico finale. L’unica vita possibile per una donna di questa comunità è essere madre ma, quando la biologia ti vieterebbe di esserlo di nuovo, cosa puoi essere?
Leggere il dramma esistenziale di Surie Eckstein è come fare un balzo indietro nel tempo, per ribadire che non si stava meglio quando si stava peggio.

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