Kate Kitagawa & Timothy Revell
MATEMATICI SEGRETI. Storia inaspettata della matematica e dei suoi pionieri sconosciuti
Edizioni Aboca | pp. 354 | € 32
Traduzione di Domenico Giusti
La matematica non rientra nella piramide di Comte per il semplice motivo che le scienze che vi sono elencate non potrebbero esistere senza di essa; l’umanità positiva, quella che pone il discorso scientifico alla base del proprio agire, utilizza la matematica come una struttura che inquadra e permette di sviluppare ogni altra scienza. Ma Comte si è trovato a operare nell’800, quando il mondo occidentale, prevalentemente europeo, aveva già colonizzato con i propri parametri di giudizio il resto del mondo. La strada che ha portato allo sviluppo attuale della matematica invece ha riguardato ogni società dell’uomo, e a seconda di dove si è sviluppata la matematica si è basata su visioni specifiche di come doveva essere vista la realtà. Il piacevole libro dei due studiosi di cui ci occupiamo oggi cerca di restituire una visione meno eurocentrica a una storia che ha riguardato tutto il pianeta. Questa storia ci viene restituita attraverso le vite delle persone che l’hanno costruita, i matematici segreti. Le fasi più antiche sono ovviamente in larga parte ipotetiche, non essendo sopravvissuti molti documenti della matematica maya o dei primi studiosi della cultura araba o cinese. Ma man mano ci avviciniamo ai giorni nostri la storia si fa appassionante. Senza entrare nei dettagli tecnici, che richiederebbero delle competenze che il lettore medio non può avere – ricordiamo che l’Italia è uno dei paesi con il più basso livello di cultura scientifica tra i paesi a maggiore sviluppo economico – i nostri autori ricostruiscono le dispute storiche tra la cultura matematica continentale e quella inglese per arrivare ai risultati nella ricerca astronomica ottenuti grazie a personaggi sconosciuti ai più, ma che hanno lasciato di sé una traccia profonda nella storia di questa affascinante materia.
Un grande risalto è dato alle figure femminili che, per le difficoltà sociali che hanno dovuto affrontare fino a tempi non troppo lontani, hanno sì dato grossi spunti allo sviluppo di questa disciplina, ma molto spesso pagando questo loro interesse di tasca propria. Nonostante il cambio di prospettiva che abbiamo avuto negli ultimi decenni, la percentuale di donne iscritte a facoltà scientifiche (matematica e fisica) si attesta ancora attorno al 30%, ben distante dall’equidistribuzione tra i due sessi che si osserva nelle facoltà a indirizzo più umanistico o pratico. I motivi di questo divario non sono definibili, e pare un po’ semplicistica la scelta fatta dagli autori del libro di addossare tutta la colpa alla struttura sociale, che boicotterebbe le donne che si vogliono occupare di scienza. Resta altresì vero che le donne che volgono i propri interessi a questa discipline spesso si trovano ad affrontare difficoltà, spesso dovute a un imprinting sociale, che ai colleghi maschi non toccano. Se vogliamo veramente una società più inclusiva e paritaria atteniamoci allora a valutare le persone esclusivamente in base alle loro capacità effettive e cercare di apportare misure correttive alle eventuali difficoltà che il genere cui si appartiene comporta; anche attribuire gli insuccessi al sesso di appartenenza è un pregiudizio.