Recensione: Abir Mukherjee, Le ombre degli uomini

Abir Mukherjee
LE OMBRE DEGLI UOMINI

Edizioni Sem | pp. 314 | € 20
Traduzione di Alfredo Colitto

Dopo i primi tre episodi ci siamo persi il quarto, ma cerchiamo di recuperare le appassionanti vicende che vedono coinvolti il capitano Sam Wyndham, delle forze regie di occupazione in India e il suo aiutante, il sergente Surendramath Banerjee. Siamo nel 1923 e ci sono i movimenti indipendentisti che dopo la fine della prima guerra mondiale agitarono la colonia britannica fino al raggiungimento dell’indipendenza. Come nel primo episodio – i romanzi seriali hanno un po’ il limite di una scarsa varietà del plot – si inizia con un morto: un religioso indù viene trovato morto in una casa e l’aiutante di Sam viene arrestato perché sta cercando di dare fuoco a quella casa, con il morto dentro. Il morto è un teologo di una certa fama tra gli indù e questa morte si teme possa scatenare la sopita lotta tra i due gruppi religiosi maggioritari dell’India. Gandhi cercò, con la sua azione e il suo esempio, di unire i due gruppi etnico-religiosi che si erano opposti durante la storia del subcontinente, ovvero gli islamici e gli induisti. Per scongiurare questa lotta fratricida e la condanna che pende sul capo di Surendranath, Sam metterà in campo tutte le sue abilità; ci condurrà così a un lieto fine, sebbene non proprio da harmony, in cui ovviamente la giustizia trionferà e i rei riceveranno una condanna, ancorché parziale.
Entreremo così un po’ dentro la storia dimenticata dell’India e anche un po’ di più nelle vite dei due protagonisti che con un’amicizia particolare, visto il luogo e i tempi, e un atteggiamento molto pragmatico nei confronti della giustizia non mancheranno di far sorridere il lettore per cercare di dimenticare quell’ombra oscura che costantemente gli uomini di cattiva volontà gettano sulla terra.

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