Recensione: Andrea Valesini, L’inverno ucraino

Andrea Valesini
L’INVERNO UCRAINO

Cronache tra un popolo
Edizioni Oltre | pp. 158 | € 16

“Il giornalismo non è un mestiere, è una missione. Significa stare con la gente, soprattutto quando è sola e indifesa.”
Anna Politkovskaja

Nell’ambito dell’informazione viviamo, oggi, un enorme paradosso: mai come oggi abbiamo l’accesso ad una quantità di informazioni inimmaginabile, mai nella storia, le notizie e l’informazione ci raggiungono così velocemente: abbiamo la possibilità di conoscere in tempo reale quasi tutto ciò che accade nel mondo, abbiamo a disposizione una quantità di informazioni, analisi, immagini e video come mai è stato possibile nel passato. A fronte di tale possibilità dobbiamo affrontare, però, una serie di problemi. Il primo potremmo definirlo di carattere quantitativo: come gestire questa mole di informazioni? Come affermavano filosofi come Michel Serres e Jean Baudrillard, esiste un legame profondo tra il problema “quantitativo” e l’entropia che da esso ne deriva: Serres definiva un legame fra entropia fisica e rumore informativo, Baudrillard andava oltre, usando l’entropia come immagine della saturazione dei segni e della comunicazione, dove il “rumore” soffoca il senso.
In un certo senso il pensiero di Baudrillard introduce il secondo ordine di problemi che ha una natura di carattere qualitativo: se il “rumore” finisce per soffocare il senso, qual è e, soprattutto, come recepiamo, la qualità dell’informazione? Detta in maniera più brutale con il linguaggio meno filosofico del marketing, qual è la fiducia che riponiamo nelle informazioni che riceviamo e nella reputazione di coloro che le veicolano?
Siamo in un’epoca nella quale gli algoritmi che regolano il mondo della rete, e i social in particolare, sono programmati per soddisfare le esigenze di conferma delle persone. Si fortificano così le loro posizioni e opinioni originarie, i loro preconcetti e i loro pregiudizi, dando vita ad un processo di posizioni polarizzate e conflittuali. Sempre più spesso un certo tipo di giornalismo, che fatica a sopravvivere, si trova costretto a seguire queste regole e questi stessi meccanismi polarizzanti sono sempre più utilizzati dal mondo della politica ai fini del mantenimento e dell’ampliamento del consenso della loro base elettorale.
Il risultato di tale approccio è però disastroso. Un recentissimo studio Ipsos effettuato su 27 paesi mostra come solo il 49% degli intervistati si fidi della TV e della radio; 47% si fida di giornali e riviste. Inoltre, il 52% crede che ci sia una quantità significativa di fake news nei media tradizionali.
La situazione italiana è ancora peggiore. Il 67 % non sa come distinguere tra giornalismo corretto e notizie false, un dato superiore di 4 punti rispetto alla media globale. Il 65 % afferma che sta diventando difficile capire se una notizia provenga da un media autorevole, un dato che supera di 6 punti la media globale.
È molto difficile slegare il problema della reputazione dell’informazione nel nostro Paese dalla polarizzazione che, per le ragioni sopra esposte, si creano nel posizionamento di fronte ai fatti e agli stravolgimenti epocali ai quali siamo di fronte a livello internazionale. In particolare non è possibile scollegare la situazione italiana dalla visone e dalla polarizzazione che si è venuta a creare dopo il 24 febbraio del 2022, con l’invasione su larga scala dell’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa. In questo contesto ci sono dei motivi specifici che vanno sottolineati. Se da un lato l’Italia fa parte della cosiddetta, ma sempre meno definibile, “sfera occidentale” dall’altro un rapporto del Columbia University e della stampa progressista come New York Times e The Guardian suggerisce che “nessun paese europeo è esposto alla propaganda e alla disinformazione del Cremlino più dell’Italia”. In particolare Il The Guardian riporta che “la propaganda del Cremlino permea i media italiani”. Questo non dovrebbe stupire di fronte alla realtà dei fatti. Nei programmi televisivi appaiono con grande frequenza giornalisti che non solo propongono le loro opinioni sulla guerra all’Ucraina ma che insistono scrivendo ed affermando pubblicamente da anni falsità facilmente demolibili dal punto di vita storico e documentale ma che, in pratica, non hanno quasi mai un contraddittorio che smonterebbe facilmente le loro tesi e le loro falsità. D’altro canto, persino i media che dovrebbero apparire più affidabili e imparziali non sono affatto privi dall’influenza della propaganda russa: l’ANSA e l’agenzia russa TASS (ITAR-TASS) hanno formalizzato un accordo di partnership strategica il 21 gennaio 2020 . In buona sostanza, è da quella data che ANSA e TASS hanno iniziato la loro collaborazione, che prevede lo scambio reciproco di contenuti per arricchire l’offerta informativa internazionale, l’allestimento di spazi riservati ai contenuti sull’Italia sul sito TASS e, viceversa, sulla Russia sul sito ANSA.it, e infine la possibilità di sviluppare offerte commerciali congiunte per istituzioni e aziende dei rispettivi paesi.
La collaborazione è tuttora in essere ed è abbastanza palese per chi segue l’Agenzia.
A livello internazionale, nel mondo dell’informazione, siamo diventati un vero e proprio caso di studio: lo chiamano “il caso italiano”.
La conseguenza del “caso italiano” non riguarda solo il mondo dell’informazione ma sta avendo effetti devastanti in termini di polarizzazione sociale e divisioni a livello politico nazionale che, nel quarto anno di conflitto, con una persistenza senza alcuna possibilità di compromesso, appaiono come fratture non più ricomponibili.
Recuperando quanto detto all’inizio appare in tutta la sua enormità il paradosso nel quale viviamo: nell’entropia del “rumore” informativo e delle fake news dove possiamo ricavare come cittadini un’informazione, una comunicazione di fatti oggettivi, affidabili, in buona sostanza la visione della realtà per quella che è? Il paradosso, appunto è che viviamo in un epoca iper-tecnologica nella quale tutto sembra essere alla portata di mano ma, per conoscere realmente il mondo, sembra che dobbiamo affidarci sostanzialmente a due cose: l’esperienza personale, e la narrazione di coloro dei quali ci fidiamo che quelle esperienze l’hanno avute. Sinceramente, per un mondo iper-tecnologico questa soluzione appare molto antica, sostanzialmente pre-moderna, ci porta indietro di secoli: la reale sostanza del paradosso sta appunto in questa considerazione.
Una volta Ryszard Kapuściński scrisse: “Il reporter è come un testimone in un tribunale: non inventa nulla, racconta quello che ha visto”. Di fronte a questa esigenza, questo ritorno al passato nel quale l’esperienza diretta diventa una necessità per poter davvero confrontarsi con il reale “L’Inverno Ucraino – reportage dall’abisso” di Andrea Valesini è un’opera importante: la contrapposizione con le interpretazioni più fantasiose, le analisi della geopolitica più becera e soprattutto con tutti coloro che parlano di Ucraina, DI e PER il popolo ucraino ma che l’Ucraina sanno a mala pena dove stia su una cartina geografica, ed evitano accuratamente di parlare e confrontarsi CON le Ucraine e gli Ucraine in carne ed ossa è importante: stabilisce un confine tra realtà e finzione, opinioni e fatti, interessi editoriali, politici e libertà di azione, preconfezionamento di un prodotto e libertà di informazione, marketing e rispetto del proprio lavoro, della propria deontologia professionale e della propria onestà intellettuale. Se visto in questo modo il lavoro di Valesini non può che essere divisivo nel contesto nel quale ci troviamo di fronte al dramma ucraino, ma lo deve essere e lo deve essere in modo irriducibile. Se si affronta la lettura di questi reportage nella maniera più laica possibile, allora possiamo avere uno strumento, una base dalla quale (ri)iniziare a costruire la realtà del dramma bellico più terribile della storia europea degli ultimi ottant’anni insieme a quello che fu dell’ex Jugoslavia. Se condividiamo questo pensiero, allora potremo liberarci, forse in maniera definitiva, di tanto altro spreco di carta, spreco di energie spese nella rete, per leggere opinioni e analisi più adatte a libri di fantapolitica se non addirittura a qualche fumetto di fantascienza.
Un ultimo ma doveroso riconoscimento a questo lavoro. Il libro è corredato da una breve ma efficace iconoteca; ad eccezione di una fotografia di Marcello Personeni tutte le altre sono scattate da Giovanni Diffidenti e sono un completamento di grande importanza all’opera.
Il 2026 sarà il bicentenario della nascita della fotografia, dalla celebre prima fotografia realizzata, Point de vue du Gras (Veduta dalla finestra a Le Gras) realizzata da Joseph Nicéphore Niépce. Allora gli artisti si interrogarono in diversi modi su quello che avrebbe significato in relazione al loro lavoro ed è difficile slegare la nascita della fotografia alle conseguenze e allo sviluppo dell’impressionismo e di altre avanguardie. Ma la cosa più importante da sottolineare è che con la fotografia nasce qualcosa di nuovo, banalmente un’immagine che immortala la realtà. Roland Barthes, ne La Camera chiara del 1980 affermava: “Davanti a una foto, posso dire con certezza: questo è stato”. Oggi, nell’epoca dell’Intelligenza Artificiale possiamo ancora dire così, avere la certezza di Barthes? Probabilmente no. Non esistono solo le fake news, ma anche tutto ciò che riguarda il mondo dell’immagine può essere artefatto, costruire una chiara e credibile visione dell’irrealtà oggi non è solo una possibilità ma una certezza. Come possiamo risolvere il problema? In che modo possiamo ritrovare fiducia nelle immagini che, come le notizie, contribuiscono al “rumore” che soffoca il senso, forse potremmo dire soffoca la realtà stessa?
Nella stessa sua opera dedicata alla fotografia Roland Barthes scrive: “La fotografia è letteralmente un’emanazione del referente. Da un corpo reale, che era là, sono partiti dei raggi che vengono a colpire me, che sto qui […]La foto non dice mai ciò che significa, essa è muta, ma ciò che essa emette è l’assoluto singolare del referente […]La fotografia è il certificato della presenza”. Ma soprattutto Roland Barthes afferma: “La fotografia non ha bisogno di essere bella o brutta, buona o cattiva: essa ha sempre un valore documentario, un potere di testimonianza del reale. Ciò che essa mostra è che quel momento è realmente esistito.” Anche nel caso dell’immagine, così come quello della parola, la testimonianza, il “certificato di presenza” è fondamentale. Giovanni Diffidenti ha rischiato spesso la vita per essere appunto quel tipo di referente, per certificare la sua presenza, testimoniare il reale. Così come Andrea Valesini, Giovanni Diffidenti testimonia la sua presenza, e ci costringe a guardare la realtà; parola e immagine entrambe testimoni importanti se non indispensabili, due forme di comunicazione complementari perché partano da una stesso percorso di conoscenza. In questo senso, se c’è un qualcosa che ci invita molto chiaramente a cambiare anche in termini metodologici l’attuale approccio alla conoscenza del mondo, a trovare strade per fare i conti con la realtà materiale del presente, questo libro è tra i più diretti, significativi e consigliabili in questi tempi sconvolgenti.

Marco Noris

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