Recensione: Antonio Manzini, Pulvis et umbra, Sellerio

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Antonio Manzini, Pulvis et umbra
Sellerio, pp. 403, € 15,00

Incredibile dictu, il commissario Schiavone prosegue mantenendo la sua umanitate et simpatia, cosa né scontata né facile da trovare in omologhi della narrativa seriale, che, proprio in quanto seriale tende ad appiattirsi all’orizzonte lontano, ovvero a rendere i personaggi un po’ ripetitivi e noiosi, ma il nostro no, riesce a mantenere l’acidità di carattere e la noiristica negatività del vissuto, passato e presente, che del futuro nulla dir si puote, attendendo noi trepidanti il prossimo capitolo, che uscirà prima di Natale, per garantirgli le vendite, perché si sa, i libri si vendono solo a Natale. Una negatività annidata ad Aosta si unisce ad una sepolta a Roma, sepolta viva però, mi vien da dire, e che torna a minacciarlo, mentre cerca di portare luce su un omicidio avvenuto nella capitale della regione autonoma in una misteriosa casa, ove dimorano sei personaggi, ora cinque, ché uno è morto, tutti con qualcosa da nascondere al pubblico, che è la parte da tenere in considerazione in una città per bene come Aosta, e dato che il morto è un transessuale, morto con ogni probabilità mentre svolgeva l’antica professione, ecco che il commissario Schiavone si trova a muoversi con estrema cautela, essendo però la cautela a lui poco nota, ecco che scatta la dialettica tra la sua onestà e l’insincerità del suo intorno, superiori compresi, che devono piegarsi a più forti necessità, di cui però non vi dirò nulla altrimenti il libro non lo leggete. Come ultimo tassello, quasi stessimo appendendo uno scaffale al muro, la relazione tra Italo, il collega più capace, e Caterina, la collega più capace che piace al commissario, che però si vergogna un po’ essendo lui di tanto più giovane, inizia a scricchiolare all’inizio del libro, lasciando supporre sviluppi prevedibili, che però prevedete male se vi ricordate cosa ho scritto all’inizio, cioè della negatività del vissuto presente, polvere siamo e polvere ritorneremo e la nostra ombra lascia solo supporre il regno dei morti da cui proviene la luce che genera l’ombra, il titolo del libro è una citazione da Orazio, e tutto ciò per dire che la frequente richiesta della clientela voglio un libro ma che sia divertente mi lascia spesso senza parole, che però io prontamente ritrovo per vendere i libri che mi sono piaciuti, anche se non si può dire che facciano solo ridere, come questo, che fa ridere pur in mezzo a tanto di brutto che c’è, ad Aosta come nel mondo.

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