Recensione: Kevin Powers, Yellow Birds, Eianudi

Kevin Powers, Yellow Birds
Eianudi, pp. 192, euro 17
Traduzione Matteo Colombo
L’autore è anche poeta, e si capisce bene leggendo questo veloce volumetto nel quale si parla, anche sfruttando i toni della poesia, di un fatto tanto poco poetico quant’è la guerra. Una guerra alla quale ha realmente partecipato.
Il protagonista-narratore del romanzo è un ragazzo di 21 anni che si trova a combattere in Iraq nel 2004. Bartle è scappato dalla vita del suo paese, una piccola cittadina della Virginia, per trovare nemmeno lui sa cosa. Il fatto è che Bartle non vuole niente, non desidera niente, solo essere lasciato in pace. E nell’esercito questo può succedere, se ti fai piccolo piccolo e ubbidisci agli ordini non ti succede niente. Almeno questo spera Bart.
Ma le cose cambiano quando arriva nella compagnia un ragazzo ancora più giovane, Murphy, 18 anni appena compiuti, anche lui in fuga da un lavoro nelle miniere del suo altrettanto misero paesino di provenienza. A Bart viene affidato il ragazzino da Sterling, il sergente ventiquattrenne, il faro autoritario della compagnia.
Il romanzo non è altro che questo, la descrizione del rapporto difficile che lega queste tre persone per dieci mesi insieme in Iraq ed il ritorno a casa di Bart con i suoi sensi di colpa per quanto è successo; che ci viene comunicato lentamente, con poetica cautela, con i toni giusti per farci entrare nel dramma della guerra. Il tono ricorda molto quello di altri romanzi di guerra, nel Vietnam o in Russia tanto per fare degli esempi, a dimostrazione che la guerra, se è un comportamento istintivo dell’uomo, altrettanto istintivamente provoca reazioni di costernazione di fronte a tanta assurdità.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *