Ernest Van Der Kwast, Mama Tandoori
ISBN, pp. 273, euro 15.90
Traduzione Alessandra Liberati
Struttura familiare descritta nel romanzo: madre indiana forte, padre olandese assente, figlio maggiore portatore di handicap, i due minori spettatori inermi. Parrebbero gli elementi portanti di un romanzo scritto per esprimere il dramma, le difficoltà della vita, il dolore
della crescita. E invece no. Il figlio minore, il bravo Ernest, autore di questo quadretto familiare, riesce a cogliere e a trasmettere l’aspetto ridicolo della vita che la sua famiglia svolge tra l’Olanda, l’India e il Canada. E lo fa creando una nuova figura letteraria, che potrebbe fare il paio con la Iddish Mame di Moni Ovadia: la Tandoori Mame, dal forno per cuocere il pollo specialità della cucina indiana.
Anche questa mamma ha un tratto che la definisce. Se la Iddish Mame è preoccupata soprattutto del futuro e del benessere dei figli, la Tandoori Mame si preoccupa solo di accumulare merce e spendere il meno possibile. Così l’infanzia dell’autore è costellata di ricordi che comprendono scorte eccessive di merce inutile, ma scontata, case piene di oggetti scartati da altri ma che la madre recupera per regalarli ai parenti in India, figuracce imbarazzanti per la tenacia con cui la madre contratta su ogni possibile acquisto. E poi c’è il primogenito, che a due anni ha un attacco di epilessia che lo rende ritardato. Crollano le speranze della madre nella possibilità che ci sia qualcuno a provvedere a lei in vecchiaia, e questo rende ancora più strenua la sua battaglia per il risparmio. E via altri ricordi, come la spassosissima trasferta a Lourdes per ottenere il miracolo; visto che il miracolo non si è verificato, la mamma crede bene di dovere recuperare, e si porta a casa 18 taniche d’acqua santa, presa direttamente, gratis – perché gratis è meglio che pagare; o le lotte per non pagare il supplemento per i viaggi in aereo, visto che questi viaggi sono anche un mezzo per contrabbandare merce rara dall’Olanda all’India e viceversa.
Ci sono però anche racconti più seri, come la vita dello zio Herbert, solitaria figura che rifiuta le regole della famiglia del padre, gli austeri Van Der Kwast, e vaga per il Canada per oltre quarant’anni in situazioni sempre precarie ma sempre rincorrendo un sogno.
Serietà e leggerezza mischiate con sapienza fanno di questo libretto un ottimo momento di svago. L’autore, che da Rotterdam si è trasferito in Alto Adige dove vive con la compagna e due figli, ha dichiarato che il romanzo è vero al 95% e che si è molto divertito a scriverlo; la madre ha risposto che la verità non è più del 5%.
Suppongo che non si sia molto divertita a leggerlo.