Recensione: Stuart Jeffries, Grand Hotel abisso

Stuart Jeffries
GRAND HOTEL ABISSO

Edizioni EDT | pp. 444 | € 26
Traduzione di Bruno Amato

Il sottotitolo di questo interessante excursus sulla storia di uno dei più rilevanti movimenti teorici del ‘900, recita: biografia avventurosa della scuola di Francoforte. Per chi non lo sapesse la suddetta scuola è una corrente neomarxista nata ufficialmente nel ‘23 che cerca, attraverso una analisi teorica della società, di spiegare sia i fallimenti pratici del marxismo – stando a Marx la rivoluzione sarebbe dovuta scoppiare nei paesi più industrializzati dove massimo era lo sfruttamento del proletariato, e invece avvenne solo in Russia, paese che socialmente era rimasto alla servitù della gleba – sia le nefaste conseguenze apportate dalla modalità aggressiva del capitalismo di gestire l’economia. L’autore di questa storia non è però un filosofo di professione e il suo modo di raccontarci la vicenda è più di tipo aneddotico, una specie di romanzo a puntate che dagli anni ‘20, quando a Berlino aprì la prima sede della scuola grazie alla donazione di un ricco imprenditore ebreo, ci porta al presente della scuola, con la sua ultima figura di spicco, Jürgen Habermas, scomparso da pochi giorni alla bella età di 96 anni, che fino all’ultimo ha avuto ancora la forza e il coraggio di richiamare tutti alla necessità di norme etiche condivise per una gestione ottimale del pianeta. Quindi anni ‘20: il giovane Benjamin e il giovane Adorno descrivono quello che vedono succedere, i primi passi del nazismo, mentre figure più ortodosse del marxismo cercano di analizzare le cause del fallimento della rivoluzione tedesca del ‘19. Sono anche gli anni di Freud, e la scuola è pesantemente influenzata dalla teoria dell’inconscio. Le parole che danno il titolo al libro sono di Lukács, una marxista più ortodosso, che descrive i membri di questa scuola come dei villeggianti che, mentre si godono gli agi del Grand Hotel, guardano sprezzanti l’abisso che si apre oltre le mura della loro residenza, ove sguazzano nel male di vivere gli altri sfortunati abitanti del pianeta. Come stanno al sicuro tra le pareti del Grand Hotel, allo stesso modo i nostri filosofi si godono gli agi forniti dai mezzi dei genitori di cui criticano le modalità che usano per ottenerli: un conflitto d’Edipo irrisolto. Si passa poi di decennio in decennio per giungere ai nostri giorni. Benjamin vive nella Parigi occupata e scrive i Passages, Adorno e Horkheimer scappano in America e scrivono la dialettica dell’illuminismo, Fromm si rifugia anch’egli nella patria del capitalismo e la critica con i parametri di una filosofia freudiana rivista e corretta. Durante la guerra vari membri esiliati della scuola di Francoforte collaborarono con l’esercito americano per sconfiggere i nazisti, per poi subire il maccartismo; negli anni ‘60 la scuola subì una divisione nei confronti del movimento studentesco, con atteggiamenti che sia tra i pro sia tra i contro evidenziano molto bene che la frase di Lukács non era del tutto a sproposito. La difficoltà di mantenere una coerenza tra prassi e teoria attraversa tutta la storia del marxismo e i protagonisti di queste vicende non fanno altro che dimostrare che è difficile predicare bene e razzolare altrettante bene. Vedi e denunci l’abisso, ma poi ti chiedi se c’è veramente bisogno di lasciare il Grand Hotel.

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