Recensione: Johan Harstad, Max, Misha e l’offensiva del Tet

Johan Harstad
MAX, MISCHA E L’OFFENSIVA DEL TET

Edizioni Sellerio | pp. 1243 | € 28
Traduzione di Sara Culeddu e Maria Teresa D’Avino

Non avrei mai creduto fosse possibile interessarsi alla questione della migrazione lavorativa dalla Norvegia agli Stati Uniti; e invece questo corposo romanzo lascia al lettore, tra le altre, anche l’informazione che negli USA vivono tanti norvegesi quanti ce ne sono in madrepatria. La famiglia del protagonista, una coppia di comunisti norvegesi degli anni ‘70 – quando il comunismo ci illudeva ancora potesse esserci una risposta collettiva alla fascinazione del capitalismo – decide di emigrare. Premettiamo che lo zio del narratore, Ove, era scomparso in America da molti anni. Ma gli anni ‘70 sono passati, ora la coppia ha due figli e l’America offre prospettive di lavoro. Così, nel luglio del 1990 inizia una nuova vita per la famiglia di Max.
Il romanzo però inizia nel 2012, oltre vent’anni dall’arrivo in America e Max in tutto questo tempo s’è fatto una vita; una vita composta da un grande amore, grandi relazione in tutto il paese e un grande lavoro, ovvero uno di quei lavori attorno al quale una persona può costruire una vita. Max fa teatro, non nel senso che recita; Max inventa delle storie, fa i dialoghi e pensa alla messa in scena. Sceglie gli attori, trova i finanziatori e segue la compagnia nelle varie tappe tra i teatri d’America. Nelle 1200 e passa pagine del libro scoprirete tutti i dettagli che hanno condotto il giovane Max a questo risultato.
Rinuncio al riassunto dettagliato, che non avrebbe senso. Diciamo semplicemente che sono fondamentali l’amicizia con Mordecai, compagno di scuola – evidentemente ebreo – con il quale si svilupperà una specie di ossessione per il film di Coppola Apocalypse now; l’amore per Mischa, più vecchia di Max di 7 anni, che il nostro conosce quando ne ha 16; e per finire, il recuperato contatto con lo zio Ove, in America diventato Owen, che è andato in Vietnam a combattere per ottenere con sei mesi di militare la cittadinanza americana. Incredibile, ma i motivi per cui uno va in guerra non rientrano necessariamente nell’orgoglio patrio.
Questi elementi principali si mischiano a molti altri, in quello che è un vero romanzo fiume. Un romanzo d’altri tempi in effetti, perché offrire oggi a un pubblico abbastanza svogliato un tomo di queste dimensioni e con tematiche come queste è sicuramente una sfida. Una sfida per cui è stata necessaria una certa preparazione visto che il romanzo esce in Norvegia nel 2015. Sono passati quindi 11 anni ma Sellerio è stato capace di creare attorno a sé una comunità di lettori fedeli che cercano anche la qualità e non solo l’evasione nella lettura e quindi auguriamo i migliori risultati a questo appassionante volume. Un’offensiva del Tet che speriamo riservi all’editore un risultato meno cruento ma altrettanto vittorioso.

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