
Fernando Aramburu, Maite, Guanda, pp. 243, euro 19, traduzione Bruno Arpaia
Un altro romanzo, questa volta più intimo, dall’autore che ci ha raccontato la storia della guerra civile nei paesi baschi nel celeberrimo Patria. Siamo sempre lì, a San Sebastian. Maite è la moglie di un Andoni, un oftalmologo che sta andando ad un convegno di lavoro a Madrid. Maite ha una madre over 60 che non sta benissimo ed una sorella che vive in America, con il marito e due figli. La sorella Elene, sta tornando. Appena Andoni parte, Maite va a prendere Elene. I due giorni successivi ci racconteranno nel dettaglio le vite di queste persone, o meglio, nel dettaglio la vita di Maite attorno a cui queste persone ruotano. Il fine settimana in questione è stato, storicamente, segnato dal rapimento e dall’uccisione di un consigliere comunale del partito conservatore, Miguel Angel Blanco. Aramburu è bravissimo a ricostruire il clima che si viveva nei paesi baschi all’epoca. Maite è non violenta e non ha una buona opinione del movimento separatista. Ma la paura la limita nelle sue espressioni di dissenso che anche quando si manifestano, restano in tono minore. La vita della sorella in America non è poi così rosea come la dipingeva e il suo rapporto con Andoni, all’apparenza idilliaco, presenta qualche crepa. Ma in un paese dove la paura è il sentimento dominante, dove l’odio domina le azioni quotidiane della maggior parte dei cittadini, è possibile dare libera voce ai propri sentimenti? Maite percorre questi tre giorni cerando di non lasciar trapelare niente di quello che sente, dialogando con un immaginario intervistatore che approfondisce le sue opinioni, cerando di tenere tutto insieme: ma a che prezzo, sembra dirci Aramburo? Un altro bel romanzo, anche se di taglio opposto rispetto al precedente successo. Per dare voce anche a chi la patria non la sente: la patria è solo un luogo, non ha un valore che possa superare quello della vita umana, sembra dirci l’autore.