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	<title>SpazioTerzoMondo &#187; Jean Baudrillard</title>
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		<title>Recensioni: Jean Baudrillard, La società dei consumi, Il mulino</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Jan 2010 08:45:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Jean Baudrillard, La società dei consumi,
Il mulino, pp. 241, euro 15
Traduzione Gustavo Gozzi e Piero Stefani
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Jean Baudrillard, La società dei consumi,<br />
Il mulino, pp. 241, euro 15<br />
Traduzione Gustavo Gozzi e Piero Stefani</strong></p>
<p>La società contemporanea si caratterizza per la disponibilità immediata degli oggetti. A pensarci bene, questo fatto segnala un passaggio epocale. Si è passati da una società in cui le risorse utilizzabili erano di fatto poche ad una in cui le risorse chiedono di essere consumate, molte volte sprecate. L&#8217;uomo s&#8217;è adoperato per millenni in una strenua lotta contro la natura<span id="more-1312"></span>; ora, per la maggior parte di noi del primo mondo, questa lotta è per lo più teorica, è un&#8217;idea, un segno. Più che un semplice mutamento di costumi dietro questa trasformazione potrebbe esserci un vero e proprio mutamento antropologico: &#8220;Ciò (la difficoltà di vivere nell&#8217;abbondanza) dovrebbe far presentire che vi è nel consumo qualcosa di completamente differente, forse qualcosa di addirittura opposto &#8211; qualcosa a cui bisogna educare, addestrare, addomesticare gli uomini &#8211; di fatto un nuovo sistema di costrizioni morali e psicologiche che non ha nulla a che vedere col regno della libertà. (&#8230;). La rivoluzione dell&#8217;abbondanza non inaugura la società ideale, semplicemente introduce a un altro tipo di società&#8221; (p. 213).<br />
La società che descrive Baudrillard è appunto una società basata sul consumo sia reale sia simbolico ché spesso l&#8217;immateriale ha sostituito per importanza il materiale. Così ci descrive la situazione: &#8220;Viviamo così al riparo dei segni e nella negazione del reale. (&#8230;). Il contenuto dei messaggi, i significati dei segni, sono largamente indifferenti. (&#8230;). Secondo lo stesso schema si può affermare che la dimensione del consumo, così come l&#8217;abbiamo qui definita, non è quella della conoscenza del mondo, ma neppure più quella dell&#8217;ignoranza totale: è quella del disconoscimento&#8221; (p. 15). Il segno, ovvero l&#8217;oggetto di consumo, rappresenta sì qualcosa, ma non come intende la filosofia ingenua in quanto valore d&#8217;uso, bensì in quanto valore di scambio, dato che i gruppi umani restano insieme soprattutto in virtù della circolazione al loro interno di significati sociali di differenza. In altre parole è attraverso il consumo dei segni che si mantiene in essere la differenziazione sociale in classi.<br />
Secondo l&#8217;ideale illuminista lo sviluppo dovrebbe avere come punto d&#8217;arrivo l&#8217;armonia universale; sennonché &#8220;la società della crescita risulta nel suo insieme da un compromesso tra principi democratici egualitari, che possono sostenersi col mito dell&#8217;abbondanza e del benessere, e l&#8217;imperativo fondamentale del mantenimento di un ordine di privilegio e di dominazione. Non è il progresso tecnologico che la fonda: questa visione meccanica è quella stessa che alimenta la visione ingenua dell&#8217;abbondanza futura. E&#8217; al contrario questa doppia determinazione contraddittoria che fonda la possibilità del progresso tecnologico&#8221; (p. 45).<br />
La permanenza di classi sociali in un mondo in cui vi è abbondanza di tutto è quindi legata a filo doppio alla natura stessa del bisogno. Secondo una sociologia semplicistica la soddisfazione del bisogno è lo scopo dell&#8217;uomo; ma, dato che i bisogni naturali sono limitati si assisterebbe in breve all&#8217;equilibrio, al completo appiattimento della differenziazione sociale, ma così non è. Questa contraddizione delle teorie affermate rispetto a quanto si osserva in realtà è dovuta ai presupposti ideologici dei teorici contro cui Baudrillard prende posizione (soprattutto Galbraith, ma non solo): &#8220;Ogni discorso sui bisogni si basa su un&#8217;antropologia ingenua: quella della propensione naturale alla felicità. (&#8230;). Il concetto di felicità non deriva la sua forza ideologica da un&#8217;inclinazione naturale di ciascun individuo a realizzarla per lui stesso. Gli deriva, storicamente, dal fatto che il mito della felicità è quello che raccoglie e incarna nelle società moderne il mito dell&#8217;eguaglianza. (&#8230;). Per essere il tramite del mito egualitario, bisogna che la felicità sia misurabile. (&#8230;) Quella felicità che non ha bisogno di prove è dunque bandita dall&#8217;ideale del consumismo&#8221; (p. 39).<br />
La ricerca di parametri oggettivi &#8211; che si fondano però su criteri non oggettivi, segnici &#8211; su cui stimare il proprio status fa parte di quel processo che Adorno chiamava di fungibilità generalizzata, ovvero la riduzione di tutto (corpo, tempo libero, vita emotiva, interessi culturali) a merce.<br />
&#8220;Il culto del corpo non è più in contraddizione con quello dell&#8217;anima: semplicemente gli succede ereditando così la sua funzione ideologica. Come ha detto Norman Brown, conviene non lasciarsi fuorviare dall&#8217;autonomia assoluta tra il sacro e il profano e non interpretare come una secolarizzazione quella che è una metamorfosi del sacro&#8221; (p.158). Dato che non esiste più un&#8217;area intoccabile del sacro in cui realizzare la propria identità, l&#8217;identità si costruisce sul corpo che diviene così sacro. La sacralizzazione del privato fa parte di questa dinamica.<br />
&#8220;Il tempo libero è coatto nella misura in cui dietro la sua apparente gratuità riproduce fedelmente tutte le costrizioni mentali e pratiche proprie del tempo produttivo e della quotidianità asservita. (&#8230;). Il tempo libero non è dunque tanto una funzione di godimento del tempo extralavorativo, di soddisfazione, di riposo funzionale. La sua definizione è quella del consumo del tempo improduttivo&#8221; (pp 184-187). Nulla può più essere improduttivo, dunque nulla può più essere umano nel senso di gratuito.<br />
&#8220;La passione si può comprendere come relazione concreta con una persona totale, o con qualche oggetto assunto come persona. Essa implica un investimento totale e assume un valore simbolico intenso; mentre la curiosità ludica non è che interesse &#8211; anche violento &#8211; per il gioco degli elementi. (&#8230;). Questa attività ludica può assumere l&#8217;andamento di una passione. Ma essa non è una passione. Essa è consumo, qui manipolazione astratta di segni luminosi, di flipper, di cronassie elettriche; altrove manipolazione astratta di segni di prestigio nelle varianti di moda. Il consumo è investimento combinatorio: esclude dunque la passione&#8221; (pp. 126-127). La passione non è produttiva perché limitata; viviamo un&#8217;epoca di emozioni fredde.<br />
&#8220;Entriamo qui nel mondo dello pseudo-avvenimento, della pseudo-storia, della pseudo-cultura, di cui ha parlato Boorstin nel suo libro L&#8217;image. Vale a dire di avvenimenti di storia, di cultura, di idee non prodotte a partire da un&#8217;esperienza mobile, contraddittoria, reale, ma prodotti come artefatti a partire da elementi del codice e della manipolazione tecnica del medium. E&#8217; questo e null&#8217;altro ciò che definisce ogni significato, qualunque esso sia, come consumabile. E&#8217; questa generalizzazione della sostituzione del codice al referenziale che definisce il consumo dei mass media. (&#8230;). E&#8217; nella forma che è cambiato tutto: vi è dunque sostituzione, in luogo e al posto del reale, di un neoreale completamente prodotto a partire dalla combinazione degli elementi di codice&#8221; (pp. 141-142).<br />
L&#8217;analisi di Baudrillard è impietosa. L&#8217;esperienza commercializzata è, fondamentalmente, non-esperienza, è la prova di tutto quello che ci manca; eppure la gente è stata ormai istruita a desiderare solo questo, solo questa falsa esperienza che la mantiene nel desiderio della vera esperienza. Un caso eclatante e sotto gli occhi di tutti è il successo dei pessimi libri commerciali in testa alle classifiche. Libri scritti male, banali e prevedibili che però la gente legge credendo di leggervi la realtà; e non si accorge invece dell&#8217;abile trucco combinatorio che pone elementi precostituiti là dove devono essere per provocare l&#8217;effetto voluto: commozione, rabbia, indignazione ed un vago senso di colpa, prontamente cancellato dal libro successivo.<br />
Resta il fatto che questa analisi è del &#8217;73, e tutto quello che è successo da allora ci permette di ampliare un po&#8217; il discorso. Il fatto che esistano libri, all&#8217;interno della produzione dell&#8217;industria culturale, che hanno un valore d&#8217;uso, che insegnano, proprio come esistono vini che non sono fatti solo per assecondare i gusti, o vestiti tessuti e portati indipendentemente dalla moda dimostra che la trasformazione antropologica che la società dei consumi sta compiendo non è né totale né ottenuta senza opposizione e questo lascia uno spazio aperto alla speranza. Sembra allora che tutto quello che è successo non sia altro che una riproposizione della dialettica tra bene e male, tra progresso e regresso, tra speranza e disperazione.<br />
Lo stesso Baudrillard ne era del resto consapevole: &#8220;Come la società del Medioevo si reggeva in equilibrio su Dio e sul diavolo, così la nostra si regge sul consumo e sulla sua denuncia&#8221; (p. 240).<br />
Anche chi denuncia deve consumare qualcosa: che non sia la società.</p>
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