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	<title>SpazioTerzoMondo &#187; einaudi</title>
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		<title>Recensione: Philip Roth, Nemesi, Einaudi</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Jan 2012 13:30:34 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Philip Roth, Nemesi
Einaudi, pp. 187 , euro 19.00
Traduzione Norman Gobetti
Con questo libro Philip Roth ci riporta nei quartieri ebraici dell’America della sua infanzia. Siamo nel ’44 e, nonostante la guerra, Bucky Cantor è a New York ad occuparsi dei ragazzi di un campo estivo. Occorre inquadrare bene questo soggetto. Alto, spalle squadrate, fisico possente e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #339966;"><strong>Philip Roth, Nemesi<br />
Einaudi, pp. 187 , euro 19.00<br />
Traduzione Norman Gobetti</strong></span></p>
<p>Con questo libro Philip Roth ci riporta nei quartieri ebraici dell’America della sua infanzia. Siamo nel ’44 e, nonostante la guerra, Bucky Cantor è a New York ad occuparsi dei ragazzi di un campo estivo. Occorre inquadrare bene questo soggetto. Alto, spalle squadrate, fisico possente e prestante ma, ed è per questo che è stato scartato alla leva, enormemente miope, tanto miope da <span id="more-3002"></span>non potere andare a combattere. Ha una bella fidanzata che, nell’estate del ’44 è lontana, in un campeggio, protezione montuosa contro la terribile epidemia che sta sconvolgendo l’estate metropolitana delle famiglie newyorkesi: la polio. Bucky ha perso la madre da piccolo ed il padre, scorno e disonore della famiglia, è stato messo in galera per appropriazione indebita. Così, Bucky è stato allevato dal nonno, uomo di poche parole e sani principi. E Bucky è cresciuto come lui, sano e pieno di principi.<br />
     Ma tutti questi principi non impediranno che il fondo di irrazionalità che sostiene una persona del genere esca allo scoperto quando una serie di sfortunati eventi derivanti dall’epidemia colpiranno lui e le persone che ama. E’ una nemesi, una vendetta divina – o del fato, che è comunque una divinità impersonale – che lo colpisce per fargli pagare il suo egoismo, il suo pensare ai propri interessi e non a quelli della collettività, il suo dubbio nei riguardi di Dio: se c’è il male, come può esserci Dio?<br />
     Un altro buon libro di Philip Roth che ci riporta con forti tinte impressioniste ad un’epoca passata, quasi mitica, dove i maestri erano bravi e i ragazzi disciplinati, dove le piccole storture della vita passavano via, sotto silenzio, di fronte all’inesorabile progresso costantemente in vista; ma, repentinamente, questa età dell’oro scompare, anche i buoni, i meritevoli, soccombono ai colpi del fato. E di fronte a questo stato di cose, immutabile, connesso quasi alla stessa struttura della realtà, il narratore – uno dei ragazzini di Bucky, colpito dalla polio ma che è riuscito a realizzarsi nonostante la menomazione – non può fare altro che ricordare il suo allenatore prima della vendetta divina, prima della nemesi, che scagliava con possente gesto un giavellotto nel cielo del parco giochi.<br />
     In assenza di nemesi Dio non si nota.</p>
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		<title>Recensione: Jonathan Franzen, Libertà, Einaudi</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Dec 2011 08:56:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Libertà]]></category>

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		<description><![CDATA[Jonathan Franzen, Libertà
Einaudi, pp. 622,
traduzione Silvia Pareschi
     Per una volta il tanto preannunciato caso letterario, sbandierato dall’editore nel tentativo di richiamare un po’ di attenzione sulla languente letteratura, non si rivela una bufala. L’ultimo libro di Jonathan Franzen lascia veramente il lettore soddisfatto delle oltre 600 pagine che, senza sforzo apparente, raccontano il complesso intreccio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span style="color: #339966;">Jonathan Franzen, Libertà<br />
Einaudi, pp. 622,<br />
traduzione Silvia Pareschi</span></strong></p>
<p>     Per una volta il tanto preannunciato caso letterario, sbandierato dall’editore nel tentativo di richiamare un po’ di attenzione sulla languente letteratura, non si rivela una bufala. L’ultimo libro di Jonathan Franzen lascia veramente il lettore soddisfatto delle oltre 600 pagine che, senza sforzo apparente, raccontano il complesso intreccio in cui le vite di Walter, Patty e Richard si snodano <span id="more-2981"></span>per oltre trent’anni di storia americana.<br />
     Walter e Patty sono i coniugi Berglund che, all’inizio del romanzo, ci vengono presentati in una situazione estremamente incresciosa per due rappresentanti della middle class americana. Dalle pagine del New York Times pare infatti che Walter sia responsabile di una grave truffa nei confronti dello stato. Senza affrontare i dettagli, Franzen ci mostra la famiglia Berglund che, oltre ai coniugi, comprende due figlie: Joey e Jessica. Questa famiglia nasce dall’amore non corrisposto di Patty per il giovane migliore amico di Walter, Richard Katz. Pur essendo attratta da lui, Patty capisce che non gli offre futuro e allora sposa Walter. Parrebbe di essere nel più trito e banale dei plot da romanzo d’appendice, un madame Bovary rivisitato. Ma la capacità di scrittura di Franzen rende tutto sorprendente e inatteso, le vite dei figli si intrecciano e sviluppano con notevole indipendenza dai genitori – libertà – e le vite dei genitori crescono in complessità Ad un certo punto l’amore assoluto di Walter non basta più e la famiglia inizia a sfaldarsi, Patty tenterà di ritornare sui suoi passi ma questo renderà il tutto ancora più insopportabile.<br />
     Intanto Walter, integerrimo difensore della costituzione americana e dei diritti dei cittadini, ha scelto di scendere a patti con una grossa compagnia per riuscire a fare qualcosa per l’ambiente. Sarà questa concessione al mercato a fregare il buon Walter e a farlo apparire sulla cronaca del giornale di New York.<br />
     Entrambi i coniugi sono ormai delusi della propria vita e cercano, ciascuno a modo suo, di rimediare agli errori. Dopo un po’ di anni di solitudine, unica condizione per potere imparare ad usare la libertà, con tutti i dolori e piaceri che questa comporta, i due cercheranno una strada  percorribile che possa soddisfare entrambi.<br />
     In questo disteso e pacificante romanzo Franzen riesce a inserire i punti di forza di due suoi romanzi precedenti – Zona disagio e Forte movimento – che molto meglio del tanto osannato Le correzioni esprimono la sua passione per la difesa dell’ambiente e la sua capacità di esaminare le tensioni delle famiglie. In questo romanzo le due tematiche, affrontate separatamente nel thriller (Forte movimento) e nel romanzo intimista (Zona disagio) si fondono grazie, probabilmente, alla maggior consapevolezza dei propri mezzi che questo scrittore ha raggiunto.<br />
     Il riassunto non è che in minima parte capace di restituire lo spessore di una storia che, con un tono mai pedante o didascalico, offre una possibile visione d’insieme della vita in generale, con i suoi errori e le sue gioie, con le libertà che è necessario prendersi per vivere e le rinunce alla libertà che è necessario compiere per non condannarsi a morire.</p>
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		<title>Recensione: Pete Dexter, Così si muore a God’s Pocket, Einaudi</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Nov 2011 11:32:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Così si muore a God’s Pocket]]></category>
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		<category><![CDATA[Pete Dexter]]></category>

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		<description><![CDATA[Pete Dexter, Così si muore a God’s Pocket
Einaudi, pp. 348,euro 18
Traduzione Tommaso Pincio
    
     Credo che molti sappiano che i quotidiani stanno per scomparire. Da tempo si parla del rischio che la carta stampata corre di fronte alla progressiva erosione di spazi da parte dell’informazione telematica. Non è questa la sede per discutere di questo problema, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #339966;"><strong>Pete Dexter, Così si muore a God’s Pocket</strong></span><br />
<span style="color: #339966;"><strong>Einaudi, pp. 348,euro 18</strong></span><br />
<span style="color: #339966;"><strong>Traduzione Tommaso Pincio</strong></span></p>
<p>    <br />
     Credo che molti sappiano che i quotidiani stanno per scomparire. Da tempo si parla del rischio che la carta stampata corre di fronte alla progressiva erosione di spazi da parte dell’informazione telematica. Non è questa la sede per discutere <span id="more-2932"></span>di questo problema, né della possibilità che scompaiano i libri di carta, perché quello che ci interessa è solo vedere come una volta, circa trent’anni fa, era ancora possibile per un giornale muovere le persone.<br />
     Tutto inizia in un cantiere edile dove Leon, un ragazzo poco oltre i vent’anni, muore. Noi lettori sappiamo che è stato ucciso ma i colleghi dell’assassino decidono di insabbiare la cosa e dalla polizia arriva al giornale la notizia di un incidente sul lavoro. Ma non è possibile che la cosa passi così, senza colpo ferire. Il ragazzo ha infatti una madre, Jeanie, che ha insistito parecchio con il patrigno di Leon per trovargli un lavoro. Mickey, questo il nome del patrigno, ha chiesto un favore ad un suo amico, Bird, che l’ha soddisfatto grazie ai suoi rapporti con la mafia del quartiere. Quando muore Leon in pratica è come se morisse uno della mafia. Intanto al giornale l’opinionista di punta, Richard Shellburn, è stato incaricato di raccogliere informazioni sul quartiere di Leon, God’s Pocket.<br />
     Inizia così il percorso di scoperta dei pensieri e delle caratteristiche umane di questi resti degli anni ’60, gente che non è mai uscita dal quartiere, gente che si sposa con altra gente del quartiere e che vede di malocchio Mickey, arrivato come uno straniero per prendersi la bella Jeanie: nemmeno Richard Shellburn riuscirà a portarsela via e pagherà anzi a caro prezzo il suo tentativo. Dexter riesce anche questa volta a mostrare al lettore cosa succede quando una comunità si spacca, si disgrega, quando l’unica via di salvezza è la fuga, per chi può.<br />
     Per gli altri, la maggioranza, non rimane che restare, e morire, a God’s Pocket.<br />
    <br />
     Chi frequenta la libreria già conosce Dexter per l’imperdibile Affare di famiglia (<a href="http://www.spazioterzomondo.com/2008/12/pete-dexter-un-affare-di-famiglia-einaudi/">http://www.spazioterzomondo.com/2008/12/pete-dexter-un-affare-di-famiglia-einaudi/</a>) e l’altrettanto bello Train. Credo che però in pochi conoscano la sua biografia. Questo è il suo primo romanzo e questa è la scheda dedicatagli su Wikipedia: (<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Pete_Dexter">http://en.wikipedia.org/wiki/Pete_Dexter</a>)<br />
     Leggendola si potranno capire meglio i suoi libri.<br />
     Antonio Donghi, libreria Terzo Mondo</p>
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		<title>Recensione: Philp Roth, La contro vita, Einaudi</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Oct 2011 13:55:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ 
Philp Roth, La contro vita
Einaudi, pp. 393, euro 21
traduzione Vincenzo Mantovani
 
Chi avesse già letto alcuni dei libri della notevole bibliografia di Roth non faticherà a muoversi tra le tematiche risollevate in questo gradevole libro; la morte del fratello, la lotta tra ebrei e arabi, l’odio verso gli ebrei dei cristiani e la bellezza. Tutte tematiche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div align="center"> </div>
<div style="text-align: left;" align="center"><span style="color: #339966;"><strong>Philp Roth, La contro vita</strong></span></div>
<div style="text-align: left;" align="center"><span style="color: #339966;"><strong>Einaudi, pp. 393, euro 21</strong></span></div>
<div style="text-align: left;" align="center"><span style="color: #339966;"><strong>traduzione Vincenzo Mantovani</strong></span></div>
<div> </div>
<div>Chi avesse già letto alcuni dei libri della notevole bibliografia di Roth non faticherà a muoversi tra le tematiche risollevate in questo gradevole libro; la morte del fratello, la lotta tra ebrei e arabi, l’odio verso gli ebrei dei cristiani e la bellezza. Tutte tematiche già entrate nei libri di Roth<span id="more-2760"></span> che in questo si trovano insieme fornendo come risultato un libro gradevole come dicevo, ma che potrebbe risultare ostico per chi non conoscesse le premesse.</div>
<div>Che poi sono le premesse comuni a tutti i grandi, ovvero la morte, le donne, la fama. Nel primo capitolo, Henry, il fratello di Nathan Zuckerman, muore; nel secondo, torna in vita e Nathan va a cercarlo in Israele, dove si è trasferito in preda alla mania religiosa. Il terzo capitolo è un gradevole e divertente intermezzo in cui Nathan viene suo malgrado coinvolto in un dirottamento aereo che ha esiti ridicoli; nel quarto torniamo alle tematiche fondamentali e l’invidia di Henry per il successo e la posizione di Nathan escono in piena luce in occasione del funerale del fratello, morto per l’operazione che nel primo capitolo aveva fatto morire Henry. L’ultimo capitolo è dedicato al rapporto con la shiksa Maria, la giovane sposa dell’invalido Nathan.</div>
<div>Si può forse capire, da questo disordinato elenco, che Roth in questo libro svolge una specie di analisi di se stesso, una specie di resoconto dettagliato e, talvolta, auto compiaciuto, della propria posizione in rapporto al mondo e agli altri. Non ha molto senso entrare nei dettagli, anche perché i dettagli sono spesso offuscati dalla capacità dello scrittore di mettere in luce il perché le cose accadono. Ed è questo secondo me, il motivo per cui vale sempre la pena di leggere questo grande scrittore. Nulla accade per caso. Se cambiano le premesse, seguendo un filo logico, si possono sviluppare delle alternative, delle contro-vite. Sta all’autore/lettore porsi nella posizione giusta per dialogare con tutte queste possibilità per ricavare, dalla loro contraddizione, un senso possibile.</div>
<div>La controvita è il senso diverso che ogni cosa assumerebbe per ciascuno se si variassero, anche di poco, le premesse di partenza; e non sarebbe comunque un controsenso.</div>
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		<title>Recensione: Jo Nesbo, Il leopardo, Einaudi</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Sep 2011 14:45:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[Il leopardo]]></category>
		<category><![CDATA[Jo Nesbo]]></category>

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		<description><![CDATA[Jo Nesbo, Il leopardo
Einaudi, pp. 759
Traduzione Eva Kampmann
 
Questo libro è il classico polpettone per le vacanze. Uno deve partire per mari o per monti e quindi gli tocca mettersi nello zaino/valigia un libro; meglio quindi che sia un libro voluminoso, per non finirlo prima di tornare, e che non sia concettualmente impegnativo, perché uno in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: left;" align="center"><span style="color: #339966;"><strong>Jo Nesbo, Il leopardo</strong></span></div>
<div style="text-align: left;" align="center"><span style="color: #339966;"><strong>Einaudi, pp. 759</strong></span></div>
<div style="text-align: left;" align="center"><span style="color: #339966;"><strong>Traduzione Eva Kampmann</strong></span></div>
<div align="center"><strong> </strong></div>
<div>Questo libro è il classico polpettone per le vacanze. Uno deve partire per mari o per monti e quindi gli tocca mettersi nello zaino/valigia un libro; meglio quindi che sia un libro voluminoso, per non finirlo prima di tornare, e che<span id="more-2721"></span> non sia concettualmente impegnativo, perché uno in vacanza ci va per smettere di pensare. Se ti metti in spiaggia a leggere un libro Einaudi poi, ci fai anche bella figura, è un editore serio, rispettabile.</div>
<div>Tanto, chi può immaginare che nelle 750 pagine e passa di questo inverecondo romanzo, il cui autore veniva prima pubblicato in Piemme, e anche questo dovrebbe insospettire il lettore accorto, si cela un poliziotto, buono ma fragile, Harry, che è stato lasciato da moglie e figlio perché in un’indagine precedente un altro serial killer li ha presi di mira per ricattare il soggetto buono ma fragile, e che questo poliziotto che sta rincorrendo il nulla nelle fumerie d’oppio di Hong Kong, e che è richiamato in patria per beccare ’sto nuovo serial killer, sarà richiamato da una poliziotta molto bella, Kaja, di cui lui si innamora, e che, apparentemente, anche lei si innamora, e che in patria la ricerca del serial killer ha creato una spaccatura tra i due dipartimenti della polizia che lottano per il controllo delle indagini, e che il capo del secondo troncone, quello più sfigato ma che alla fine vincerà, è un amico di Harry, e che l’altro, Bellman, è suo nemico e cattivo in sé, e che la bella poliziotta è in realtà l’amante del poliziotto cattivo che la usa per spiare quello buono, e che lei comunque non è più innamorata di quello cattivo e lo stava per mollare, e che racconta tutto questo a Harry – che però aveva già intuito tutto – prima di dargliela, perché lei è una ragazza onesta, e che Harry seguendo uno dei sospettati – che a 100 pagine dalla fine si scoprirà essere il colpevole – arriva in Congo dove trova il venditore di un curioso oggetto chiamato Mela di Leopoldo che è stato usato per ammazzare le prime due vittime e che alla fine il buon Harry, quando cercheranno di ammazzare lui con quello lo distruggerà, e che in Congo oltre alla suddetta mela ci sono delle miniere di Coltan che il suddetto indiziato ! sta cercando di sfruttare grazie ai soldi della figlia tonta di un riccone, e che questo corteggiamento/matrimonio è messo a repentaglio da una scappatella avuta dal nostro una notte in un rifugio dove sono riunite tutte le vittime che lui uccide una dopo l’altra, e che la sua follia omicida è messa in moto a causa di un ricatto apparentemente attribuibile ad una delle vittime ma che in effetti si deve al fidanzato della prima vittima, che ha avuto la sventura di assistere al tradimento, e che questo tizio – il cornuto – era un amico d’infanzia dell’assassino che per un litigio dovuto ad una donna prima sua poi mia gli aveva tagliato mezza lingua, facendo di lui uno sfigato e generando un odio insopprimibile, odio che alla fine sarà ricompensato, come chiaro ammonimento circa l’esistenza d’una giustizia divina, perché l’assassino cadrà in un vulcano attivo in Congo, trovando crudele morte, e che tutti i buoni troveranno alla fine, chi più chi meno, giusta ricompensa alle loro sofferenze?</div>
<div>Già, quale lettore potrebbe mai immaginarlo?</div>
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		<title>Giancarlo De Cataldo, I traditori, Einaudi</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Mar 2011 13:01:28 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Giancarlo De Cataldo]]></category>
		<category><![CDATA[I traditori]]></category>

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		<description><![CDATA[Giancarlo De Cataldo, I traditori
Einaudi, pp. 575, euro 21
Dopo l’avvincente esordio di Romanzo Criminale Giancarlo De Cataldo ha prodotto molti altri titoli, nessuno dei quali ha però richiamato la mia attenzione; con quest’ultima prova conferma le mie incertezze – dovute al pregiudizio spesso confermato che la maggior parte degli scrittori sono one-shot &#8211; perché la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Giancarlo De Cataldo, I traditori<br />
Einaudi, pp. 575, euro 21</strong></p>
<p>Dopo l’avvincente esordio di Romanzo Criminale Giancarlo De Cataldo ha prodotto molti altri titoli, nessuno dei quali ha però richiamato la mia attenzione; con quest’ultima prova conferma le mie incertezze<span id="more-2356"></span> – dovute al pregiudizio spesso confermato che la maggior parte degli scrittori sono one-shot &#8211; perché la sonnacchiosa cronaca degli anni che hanno portato alla costituzione della Repubblica Italiana, che è l’oggetto della narrazione, è costruita nel tentativo di riprodurre il ben costruito castello narrativo di Romanzo Criminale e, come ogni tentativo di imitazione, non coglie il senso dell’originale.<br />
La storia inizia con la spedizione in Calabria nel 1844 di un gruppo di ‘rivoluzionari’ – che storicamente potrebbero essere i fratelli Bandiera – che termina nel sangue; tra i rivoltosi catturati e condannati a morte figura Lorenzo Vallelaura, figlio ribelle di un nobile veneziano; per aver salva la vita Lorenzo accetta il patto con il diavolo. Diventa una spia per gli austriaci che verrà infiltrata tra le fila dei mazziniani che entro pochi anni compiranno la spedizione dei mille. Ovviamente Lorenzo sente il peso della sua debolezza, del suo tradimento verso i compagni di quella spedizione e percorre tutto il romanzo con questo fardello sulle spalle. Svariati personaggi vengono incrociati nella sua traiettoria; dai nobili inglesi simpatizzanti della spinta rivoluzionaria italiana, ad improbabili sensitive siciliane che frequentano i salotti buoni della nobiltà, fino ai funzionari dello stato sabaudo che cercano di sfruttare la situazione per costituire la tanto agognata unità. In poche parole, un bigino sulla storia degli anni che hanno portato all’unità d’Italia, solo lungo più di cinquecento pagine.<br />
Il problema è che i personaggi hanno poca sostanza; encomiabile l’intento di mostrare, in questi anni che furono il proscenio dell’unità, il cosiddetto ‘carattere nazionale’ già all’opera, con la doppiezza della politica italiana in bella evidenza; un po’ meno apprezzabile il risultato narrativo. Infatti l’autore si limita alla descrizione superficiale di ciò che succede, come se l’evidenza bastasse a spiegare il carattere traditore del politico italiano.<br />
Ciò che questo libro mostra con tutta evidenza è invece la scelta editoriale di offrire al pubblico un prodotto addomesticato, prevedibile, poco capace di stupire ma anche di deludere il lettore qualunque; e quindi potenzialmente più adatto a raggiungere un vasto pubblico.<br />
Non è un tradimento anche questo?</p>
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		<title>Recensione: Philip Roth, L’umiliazione, Einaudi.</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Feb 2011 16:42:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[L’umiliazione]]></category>
		<category><![CDATA[Philip Roth]]></category>

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		<description><![CDATA[Philip Roth, L’umiliazione
Einaudi, pp. 113, euro 17.50
Traduzione Vincenzo Mantovani


Simon Axler è un attore famoso; giunto ai sessantacinque anni però, diventa incapace di recitare. Salire sul palco lo spaventa, non riesce più ad immedesimarsi con naturalezza nei personaggi, il senso della finzione del teatro gli sfugge. Si rintana quindi nella sua casa, si isola da tutto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><span style="color: #000000;"><strong>Philip Roth, L’umiliazione</strong></span></div>
<div><span style="color: #000000;"><strong>Einaudi, pp. 113, euro 17.50</strong></span></div>
<div><span style="color: #000000;"><strong>Traduzione Vincenzo Mantovani</strong></span></div>
<div><span style="color: #000000;"><strong><br />
</strong></span></div>
<div>Simon Axler è un attore famoso; giunto ai sessantacinque anni però, diventa incapace di recitare. Salire sul palco lo spaventa, non riesce più ad immedesimarsi con naturalezza nei personaggi, il senso della finzione del teatro gli sfugge. Si rintana quindi nella sua casa, si isola da tutto e da tutti, e dopo pochi mesi lui e la moglie divorziano. Fine primo atto.</div>
<div>Come ci si aspetterebbe in una rappresentazione classica, nel secondo atto/capitolo c’è la riscossa del protagonista e, nel terzo, la caduta definitiva. <span id="more-2204"></span>La rinascita temporanea avviene, quasi inutile dirlo, attraverso la riscoperta dell’amore con una donna molto più giovane, la quarantenne Pageen. Non è un amore alla Liala. Infatti la donna ai ventitre anni ha annunciato ai genitori, amici del giovin attore alle prime armi, la sua omosessualità. Ora, passati i quaranta, decide di dare una svolta alla sua vita, e si mette col vecchietto.</div>
<div>Quanto sia plausibile una situazione del genere è opinabile, ma proprio in questo sta il punto di forza di un libro che, per numero di pagine e capacità di mantenere costante la tensione verso il prevedibile finale, si fa leggere molto velocemente e non consente di fermarsi molto a riflettere sulla credibilità di quello che sta succedendo. Dato che nulla è incredibile al giorno d’oggi, la descrizione minuziosa di un accadimento improbabile ma possibile, mette in risalto tutti i meccanismi che spingono le persone a desiderare che le cose appaiano in un certo modo, per fingere che siano così senza permettere loro di vedere come sono esattamente. E come capita spesso, si va avanti senza vedere e si fanno cose che poi, a mente lucida, non si vorrebbe avere mai fatto. E se le si guarda poi, si resta molto, ma molto umiliati.</div>
<div>E allora c’è una sola via d’uscita. Il terzo atto.</div>
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		<title>Karl Polanyi, La grande trasformazione, Einaudi</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Jan 2011 14:04:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[Karl Polanyi]]></category>
		<category><![CDATA[La grande trasformazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Karl Polanyi, La grande trasformazione
Einaudi, pp. 320, euro 26
Traduzione Roberto Vigevani
 
Questo è sia un libro di storia, sia un libro di sociologia sia uno di economia; la fusione in un tutto unico di queste tre discipline è un compito arduo, ma Polanyi ci riesce ottenendo un buon risultato, dando al lettore una chiave interpretativa diversa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><strong><span style="color: #339966;">Karl Polanyi, La grande trasformazione</span></strong></div>
<div><strong><span style="color: #339966;">Einaudi, pp. 320, euro 26</span></strong></div>
<div><strong><span style="color: #339966;">Traduzione Roberto Vigevani</span></strong></div>
<div> </div>
<div>Questo è sia un libro di storia, sia un libro di sociologia sia uno di economia; la fusione in un tutto unico di queste tre discipline è un compito arduo, ma Polanyi ci riesce ottenendo un buon risultato, dando al lettore <span id="more-2109"></span>una chiave interpretativa diversa su quello che sta succedendo all’umanità. Due precisazioni però. La prima è che questo libro è stato scritto in America nel ’44, poco prima della fine della guerra. Le affermazioni dell’autore possono quindi risultare in alcuni casi ingenue per chi ha visto quello che è successo negli ultimi sessant’anni all’economia e alla società. Leggerlo può però servire per collocare in una luce diversa la vita economica e sociale più recente. Una seconda e più importante precisazione. Le affermazioni in queste discipline sono spesso difficili da argomentare, si basano su presupposti che occorre condividere e che, sebbene ai partigiani paiano ovvie, ai nemici parranno blasfeme. Leggete questa frase: “E’ l’assenza della minaccia della fame individuale che rende la società primitiva in un certo senso più umana dell’economia di mercato ed allo stesso tempo meno economica” (p. 211). E’ un’esagerazione, è ovvio, eppure su di essa si basa tutto il libro. Sul tentativo cioè di dimostrare che l’economia di mercato non è umana, come i teorici liberali cercano di convincere tutti, in modo particolare negli ultimi trent’anni. La società primitiva non era umana, perché l’uomo non esisteva, esisteva il gruppo. Credo che nessuno sia a priori disposto a rinunciare alle proprie libertà per il gruppo. Ma andiamo al libro.</div>
<div>La grande trasformazione cui si riferisce il nostro autore è quella che ha visto passare la società umana da una realtà fatta di tante piccole comunità autoregolate nelle quali la dimensione economica era una dimensioni in gioco, non certo la principale, ad una realtà dove l’economia gioca indubbiamente il ruolo principale: “…nessuna società potrebbe, naturalmente, sopravvivere per un qualsiasi periodo di tempo senza avere un’economia di qualche genere, tuttavia prima del nostro tempo non è mai esistita un’economia che in linea di principio fosse controllata dai mercati. Nonostante il coro di invenzioni accademiche tanto insistente nel diaciannovesimo secolo, il guadagno e il profitto nello scambio non hanno mai prima svolto una parte importante nell’economia e per quanto l’istituzione del mercato fosse abbastanza comune sin dalla tarda età della Pietra, il suo ruolo era solo incidentale nei confronti della vita economica” (p. 57).</div>
<div>Ma si verificò la rivoluzione industriale; arrivarono le macchine. Nell’Inghilterra di fine ‘700 iniziò a farsi sentire la pressione per sganciare i vari elementi di cui era formata la comunità per renderli dipendenti dal mercato, per renderli elementi commerciabili: in particolare il lavoro dell’uomo doveva diventare libero, vendibile. Per mostrare quanto la politica fosse, nei bei tempi andati, la regolatrice dell’economia, parliamo della SpeenHamland Law, che dal 1795 al 1834 regolò la vita economica dei ceti bassi in Inghilterra. Essa fu una legge pensata dalla politica per scongiurare gli effetti disgregatori dell’economia che produsse però proprio tali effetti. La cura fu peggiore della malattia. In pratica in base a questa legge lo stato era tenuto ad integrare i mancati guadagni dei lavoratori, ovunque essi fossero, fin al raggiungimento di un limite vitale ritenuto irrinunciabile per la sopravvivenza della famiglia. Una specie di cassa integrazione a vita. Di questa legge approfittarono tutti, i proprietari per non arrischiare investimenti, i lavoratori per non lavorare; tanto c’era l’integrazione. Dopo quarant’anni la legge, che è antitetica rispetto all’ideale liberale di un mercato autoregolato, fu abolita passando immediatamente al campo opposto; nessuna assistenza per i poveri: “Se il povero per umanità doveva essere assistito, il disoccupato per le ragioni dell’industria non doveva essere assistito” (p. 283). Le conseguenze sociali della perdita di questa rete di protezione furono disastrose. Basta leggere il primo volume del Capitale per rendersene conto.</div>
<div>Il passaggio all’economia di mercato rifletteva una trasformazione ideologica della società; “Bruciato da una fede emotiva nella spontaneità, l’atteggiamento del senso comune verso il cambiamento fu abbandonato a favore di una mistica prontezza ad accettare le conseguenze sociali del miglioramento economico, qualunque esse potessero essere” (p. 45). Dopo secoli di assenza di cambiamento, che avevano formato un robusto senso comune poco favorevole ai cambiamenti quali che fossero, l’umanità si lancia nell’avventura della macchina alla quale, senza rendersene conto, cede a poco a poco ogni potere.</div>
<div>Il secolo XIX fu il secolo più pacifico della storia dell’uomo, perché nulla come la guerra è ostile all’espansione del commercio; l’arrivo delle due guerre mondiali fu il segnale del raggiungimento del livello irrisolvibile della conflittualità implicita nell’adozione di un mercato autoregolato a modello per il funzionamento della società. Per essere così pacifico, pace raggiunta dopo la fine dell’avventura napoleonica, i potenti della terra si trovarono d’accordo su quattro principi: “La civiltà del diciannovesimo secolo poggiava su quattro istituzioni. La prima era il sistema dell’equilibrio del potere che per un secolo impedì che tra le grandi potenze scoppiassero guerre lunghe e devastatrici. La seconda era la base aurea internazionale che simboleggiava un’organizzazione unica nell’economia mondiale. La terza era il mercato autoregolato che produceva un benessere economico senza precedenti. La quarta era lo stato liberale” (p. 5). Ma il concetto economico fondamentale, la base aurea, è contraddittorio rispetto al concetto politico fondamentale, l’equilibrio di potere tra le potenze. La base aurea sostiene la necessità di garantire un controvalore in oro alla moneta e presuppone quindi un valore stabile della moneta. Perché questo sia possibile occorre che vi sia un equilibrio dei mercati tra domanda e offerta, equilibrio impossibile di fatto per quelle che sono le caratteristiche della produzione industriale, che è in costante mutamento (accelerazione); per ridefinire gli equilibri commerciali ci fu la prima guerra mondiale.</div>
<div>I paesi anglosassoni risposero alla crisi sociale che seguì alla fine della prima guerra in modo diverso rispetto ai paesi continentali, e questo consentì loro di salvarsi dall’ideologia fascista: “L’ostinazione con la quale i liberali avevano, nel corso di un decennio critico, sostenuto l’interventismo autoritario ai fini di una politica deflazionista, si risolse semplicemente in un indebolimento decisivo delle forze democratiche che avrebbero potuto altrimenti allontanare la catastrofe fascista. La Gran Bretagna e gli Stati Uniti, padroni e non servi della moneta, abbandonarono per tempo l’oro per sfuggire a questo pericolo” (p. 294). Sul continente invece una maggiore lentezza e difficoltà nell’introduzione delle regole economiche a leggi uniche della vita sociale, legate ai ritardi nell’industrializzazione, ebbero effetti a lungo termine su quella che era la concezione dei possibili rimedi ai guasti introdotti dell’indipendenza dell’economia: “Non il pericolo illusorio di una rivoluzione comunista ma il fatto innegabile che la classe lavoratrice era nella posizione di costringere ad interventi probabilmente rovinosi, era la fonte del timore latente che in un momento cruciale scoppiò nel panico fascista” (p. 243). Il fascismo, in altre parole, è la forma assunta dal potere politico per limitare le giustificate richieste delle classi lavoratrici per un recupero della dignità umana contro le regole del mercato. Polanyi, che completò il libro proprio in prossimità della sconfitta del fascismo, lancia un appello di speranza nelle possibilità che uno sguardo consapevole alla dinamica storica responsabile dello stato delle cose potesse in qualche modo riequilibrare l’andamento della vita sociale. Liberalismo e socialismo non vanno contrapposti. Ciò che conta è la responsabil! it&amp;agrav e; individuale. Il liberalismo di Smith non può certo essere confuso con il Lasseiz-faire degli squali delle borse d’oggi, o dei nostri ‘imprenditori’, sempre capaci a chiedere libertà di commercio quando le cose vanno bene. In effetti in origine sia il liberalismo sia il socialismo si potevano unire per certi aspetti con la comune richiesta per una società che fosse più responsabile e più in grado di accettare i rischi normali della vita, una società che tornasse ad essere umana permettendo al singolo però l’espressione delle proprie capacità. Tra i vari personaggi che Polanyi cita, una nota particolare merita Robert Owen, utopista della metà dell’ottocento inglese, che cercò di fondare comunità basate su criteri tecnologici e commerciali che però non si dovevano ridurre alle fabbriche e alle miniere dove erano costretti a lavorare bambini di otto anni per 10/12 ore al giorno; le sue parole valgano a chiusura di questa recensione: “Come disse Robert Owen in un momento di ispirazione: “Se qualcuna delle cause del male non potesse essere allontanata dai nuovi poteri che gli uomini stanno per acquisire, essi impareranno che si tratta di mali necessari ed inevitabili; e le inutili ed infantili lagnanze cesseranno.” Questo è il significato della libertà in una società complessa.” (p. 320).</div>
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		<title>Recensioni: Yiyun Li, I girovaghi, Einaudi</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Dec 2010 12:22:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[I girovaghi]]></category>
		<category><![CDATA[Yiyun Li]]></category>

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		<description><![CDATA[Yiyun Li, I girovaghi
Einaudi, pp. 396, euro 18
Traduzione Eva Kampmann
 Per iniziare la recensione di questo splendido ritratto di un perodo definito della recente storia della Cina, una frase di Beckett che Deleuze cita in aperture dei Millepiani: “Non viaggiamo per il piacere di viaggiare, che io sappia. Siamo stupidi, ma non fino a questo punto.” [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #339966;"><strong><span style="color: #000000;">Yiyun Li, I girovaghi<br />
</span></strong></span><strong><span style="color: #000000;">Einaudi, pp. 396, euro 18<br />
Traduzione Eva Kampmann</span></strong></p>
<p> Per iniziare la recensione di questo splendido ritratto di un perodo definito della recente storia della Cina, una frase di Beckett che Deleuze cita in aperture dei Millepiani: “Non viaggiamo per il piacere di viaggiare, che io sappia. Siamo stupidi, ma non fino a questo punto.” I girovaghi<span id="more-2074"></span> del titolo, i coniugi Hua, che alla fine torneranno per le strade, non viaggiano certo per piacere, ma perché è l’unica cosa giusta da fare. Gli anni trascorsi a Fiume Fangoso hanno minacciato le loro anime, occorre che tornino ad essere frecce che attraversano il reticolo del potere statale.</p>
<p>La giovane scrittrice Yiyun Li ci riporta agli anni della rivoluzione culturale in Cina. Tutto si svolge nella città industriale di Fiume Fangoso, nel cuore della Cina. Qui una miriade di protagonisti si presentano al lettore sotto l’impietosa luce d’una povertà difficile persino da immaginare; questa povertà spinge la giovane Shan, figlia dei coniugi Gu, ad abbracciare le tesi controrivoluzionarie. Denunciata dal fidanzato, la giovane viene condannata a morte. E’ il 1979, Mao è morto da poco e il governo teme l’insorgere di pretese democratiche.</p>
<p>La condanna a morte della giovane è solo il tassello necessario a giustificare l’inizio di una protesta che stava già prendendo piede nella capitale; a Pechino erano i giorni del Muro della democrazia, sul quale i cittadini esponevano le proprie lagnanze ai governanti. La storia ha stabilito che a vincere la battaglia tra democratici e apparato statale sarebbe stato quest’ultimo. I cittadini della piccola città, in particolare i genitori di Shan e la giovane Kia, voce della radio ufficiale del partito, non potevano leggere nella sfera di cristallo il destino di quella protesta e quindi decidono di orchestrare una manifestazione per l’ingiusta morte della giovane Shan. A decidere le sorti dei contestatori sarà un bambino di diceci anni, l’inconsapevole Tong, appena giunto dalla campagna e indottrinato nel culto dei doveri verso la patria.</p>
<p>Questo è, come sempre, solo un accenno di questo splendido romanzo che orchestra con notevole abilità i numerosi personaggi per fornirci lo specchio ddesolante della vita quotidiana sotto la rivoluzione culturale. Un piccolo dettaglio che mi ha colpito, è il paralllelismo che corre tra la mancanza di umanità che ho notato in molti di questi personaggi e i protagonisti di un’altra vicenda, ambientata anch’essa sotto un regime dittatoriale, i cui personaggi erano similmente crudi nei confronti degli altri in un modo che lasciava allibiti. Le dittature generano mostri, in tutti i sensi.</p>
<p>Una segnalazione la merita anche la vita di questa scrittrice. La giovane Yiyun Li è stata ragazza ai tempi di Tienn Han Men ed ha visto con i propri occhi la repressione del movimento per la democrazia in Cina; emigrata in America, ha imparato una lingua che non era sua; spinta dalla passione ha frequentato un corso di scrittura e qui, tramite buone prove di composizione, è riuscita a segnalarsi per pubblicare sulle più importanti riviste americane. La sua lingua per la scrittura è l’americano. Nelle sue parole, il cinese è la lingua con cui le cose non si possono dire; figlia di insegnanti colti, la giovane Li poteva parlare solo con le finestre chiuse.</p>
<p>La sua domanda di cittadinanza americana è in attesa di approvazione, perché le autorità chiedono prove del suo valore di scrittrice; oltre all’approvazione scritta ricevuta dal Salman Rusdie, credo che tutti i lettori di questo romanzo non avranno difficoltà a mettere un’eventuale firma su un documento che valga a testimonianza del suo valore letterario.</p>
<p>Perché ricordiamo che anche i girovaghi, ogni tanto, possono aver bisogno di fermarsi.</p>
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		<title>Recensione: Michel Foucault, Sorvegliare e punire, Einaudi</title>
		<link>http://www.spazioterzomondo.com/2010/12/recensione-michel-foucault-sorvegliare-e-punire-einaudi/</link>
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		<pubDate>Fri, 10 Dec 2010 13:03:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[Michel Foucault]]></category>
		<category><![CDATA[Sorvegliare e punire]]></category>

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		<description><![CDATA[Michel Foucault, Sorvegliare e punire
Einaudi, pp. 340, euro 12
traduzione Alcesti Tarchetti
 
Da dove viene la singolare pretesa di rinchiudere per correggere? Con questa domanda scritta sulla copertina del libro, riusciamo già a scorgere il senso del percorso storico che Foucault ci fa fare nelle sue pagine. Infatti, partendo dall&#8217;analisi delle modalità antiche di gestione della giustizia, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="center"><span style="color: #339966;"><strong>Michel Foucault, Sorvegliare e punire</strong></span></p>
<p style="text-align: left;" align="center"><span style="color: #339966;"><strong>Einaudi, pp. 340, euro 12</strong></span></p>
<p style="text-align: left;" align="center"><span style="color: #339966;"><strong>traduzione Alcesti Tarchetti</strong></span></p>
<p style="text-align: left;"> </p>
<p>Da dove viene la singolare pretesa di rinchiudere per correggere? Con questa domanda scritta sulla copertina del libro, riusciamo già a scorgere il senso del percorso storico che Foucault ci fa fare nelle sue pagine. Infatti, partendo <span id="more-2964"></span>dall&#8217;analisi delle modalità antiche di gestione della giustizia, giungiamo a comprendere l&#8217;assurdità della struttura prigione; alla fine leggiamo appunto: &#8220;Il preteso scacco (del sistema carcerario) non fa allora parte del funzionamento della prigione?&#8221; (p. 299).</p>
<p>Prima del &#8217;700 il potere aveva un modo di essere esercitato piuttosto diretto ed arbitrario: le pene venivano inflitte per mostrare il potere di chi comanda, non c&#8217;erano particolari intenti pedagogici sul condannato. &#8220;Il supplizio non ristabiliva la giustizia, riattivava il potere&#8221; (p. 54).</p>
<p>L&#8217;avvicinarsi del secolo dei lumi fa però sorgere nelle menti dei riformatori illuminati richieste di maggiore equità, di un sistema punitivo che serva a qualcosa, che abbia senso. Il senso però, è ovviamente quello della classe dominante, che ritaglia per sé uno spazio di illegalità consentito, lasciando i ceti meno abbienti in balia del potere della Norma. &#8220;Appare, attraverso le disciplina, il potere della Norma. (&#8230;). Il normale si instaura come principio di coercizione nell&#8217;insegnamento con l&#8217;introduzione di un&#8217;educazione standardizzata e con l&#8217;organizzazione delle scuole normali; si instaura nello sforzo di organizzare un corpo medico e un inquadramento ospedaliero nazionale, suscettibile di far funzionare norme generali di sanità; si instaura nella regolamentazione dei procedimenti e dei prodotti industriali&#8221; (p. 201).</p>
<p>In altre parole, il delinquente è colui che ha violato la norma, intesa come la regola mediana da rispettare per permettere al sistema di continuare a funzionare. Costui va rieducato, negli intenti dei riformatori, anche se in effetti la prigione ha semplicemente la funzione di contenere, di riorganizzare la delinquenza ad un livello parallelo a quello della legalità. E se si riesce a fare ciò è per il semplice motivo che l&#8217;idea della necessità del rispetto delle regole si è piano piano spostata nel corpus di preconcetti propri ad ogni persona. L&#8217;invenzione dell&#8217;anima serve anche a questo, a creare all&#8217;interno di ognuno un &#8216;luogo&#8217; dal quale il potere possa dominare il corpo.</p>
<p>&#8220;Non bisognerebbe dire che l&#8217;anima è un&#8217;illusione, o un effetto ideologico. Ma che esiste, che ha una realtà, che viene prodotta in permanenza, intorno, alla superficie, all&#8217;interno del corpo, mediante il funzionamento di un potere che si esercita su coloro che vengono puniti &#8211; in modo più generale su coloro che vengono sorvegliati, addestrati, corretti, sui pazzi, i bambini, gli scolari, i colonizzati, su quelli che vengono legati ad un apparato di produzione e controllati lungo tutta la loro esistenza. Realtà storica di quest&#8217;anima, che, a differenza dell&#8217;anima rappresentata dalla teologia cristiana, non nasce fallibile e punibile, ma nasce piuttosto dalle procedure di punizione, di sorveglianza, di castigo, di costrizione. Quest&#8217;anima reale e incorporea, non è minimamente sostanza; è l&#8217;elemento dove si articolano gli effetti di un certo tipo di potere e il riferimento di un potere, <span style="text-decoration: underline;">l&#8217;ingranaggio per mezzo del quale le relazioni di potere danno luogo ad un sapere possibile</span>, e il sapere rinnova e rinforza gli effetti del potere. Su questa realtà-riferimento, sono stati costruiti concetti diversi e ritagliati campi di analisi: psiche, soggettività, personalità, coscienza etc..; a partire da essa sono state fatte valere le rivendicazioni morali dell&#8217;umanesimo. Ma non bisogna ingannarsi: all&#8217;anima, illusione dei teologi, non è stato sostituito un uomo reale, oggetto di sapere, di riflessione filosofica o di intervento tecnico. L&#8217;uomo di cui ci parlano e che siamo invitati a liberare è già in se stesso l&#8217;effetto di un assoggettamento ben più profondo di lui. Un&#8217;anima lo abita e lo conduce all&#8217;esistenza, che è essa stessa un effetto della signoria che il potere esercita sul corpo. L&#8217;anima, effetto e strumento di un&#8217;anatomia politica; l&#8217;anima, prigione del corpo.&#8221; p. 33</p>
<p>L&#8217;esistenza di un controllore interno &#8211; l&#8217;anima &#8211; non fa dimenticare tuttavia al potere la necessità di una sorveglianza attiva della parte materiale di ciascuno: il corpo viene rinchiuso in prigione. Ma, se un tempo la prigione era qualcosa di eccezionale e non organizzato, perché il potere con la sua platealità si rinnovava ogni volta che veniva praticato un supplizio, oggi il potere ha cambiato obiettivo. Arriva il Panopticon di Bentham. &#8220;Bentham pose il principio che il potere doveva essere visibile e inverificabile&#8221; (p. 219).</p>
<p>Questa struttura carceraria ideale &#8211; il Panopticon è un cerchio di celle illuminate con al centro la cabina di controllo &#8211; riflette i nuovi intenti del potere. Rendere i sottoposti più individuali, e quindi più controllabili, attraverso la loro piena esposizione. Il singolo deviante che commetta un&#8217;infrazione alla Norma sa che è sempre passibile d&#8217;essere condannato per questo, ricondannato magari, e questa abituazione alla perenne possibilità della condanna-punizione forma una specifica anima: l&#8217;anima-prigione di cui si diceva prima.</p>
<p>Attraverso la creazione di questo universale strumento di controllo sociale che è il carcere, la nascente borghesia poneva le basi per un passaggio epocale. Il popolo minuto un tempo rivendicava condizioni di vita migliori attraverso l&#8217;appropriazione di diritti abitudinari, che veniva concessa dalla classe dominante. Oggi non è più così: i diritti della classe dominante sono divenuti inviolabili e le rivendicazioni del popolino si riversano sui beni che la classe dominante stessa detiene; &#8220;L&#8217;illegalismo dei diritti, che assicurava spesso la sopravvivenza dei più poveri, tende, col nuovo status della proprietà, a divenire un illegalismo dei beni. Bisognerà allora punirlo&#8221; (p. 93).</p>
<p>Ciò che mi pare emergere con maggiore rilevanza dall&#8217;analisi storica di Foucault è la connessione onnipresente di potere e sapere, ovvero il fatto, storicamente illustrato, che non si dà mai il caso di un esercizio del potere non collegato ad un sapere circa l&#8217;oggetto d&#8217;esercizio, né, per converso, l&#8217;acquisizione di un sapere che non provochi un parallelo incremento del potere. &#8220;Forse bisogna anche rinunciare a tutta una tradizione che lascia immaginare che un sapere può esistere solo là dove sono sospesi i rapporti di potere e che il sapere non può svilupparsi altro che fuori dalle ingiunzioni del potere, dalle sue esigenze e dai suoi interessi. Forse bisogna rinunciare a credere che il potere rende pazzi e che la rinuncia al potere è una delle condizioni per diventare saggi. Bisogna piuttosto ammettere che il potere produce sapere (e non semplicemente favorendolo perché lo serve o applicandolo perché è utile); che potere e sapere si implicano direttamente l&#8217;un l&#8217;altro; che non esiste relazione di potere senza correlativa costituzione di un campo di sapere, né di un sapere che non supponga e nello stesso tempo costituisca relazioni di potere. Questi rapporti potere-sapere non devono essere analizzati a partire da un soggetto di conoscenza che sia libero o no in rapporto al sistema di potere, ma bisogna al contrario considerare che il soggetto che conosce, gli oggetti da conoscere e le modalità della conoscenza sono altrettanti effetti di queste implicazioni fondamentali del potere-sapere e delle loro trasformazioni storiche. In breve, non sarebbe l&#8217;attività del soggetto di conoscenza a produrre un sapere utile o ostile al potere, ma, a determinare le forme ed i possibili campi della conoscenza sarebbero il potere-sapere e le lotte che lo attraversano e da cui è costituito&#8221; (p. 31).</p>
<p>Non esiste quindi un sapere giusto da contrapporre ad un potere ingiusto. In ogni caso il sapere è potere e viceversa. Dato che il sapere disponibile sulla piazza è un sapere &#8216;normalizzato&#8217;, ne deriva che il potere che ciascuno sviluppa a partire da questo sapere è un potere che non violala Norma. Comeogni buon sociologo Foucault cerca di limitare l&#8217;intervento della sua personale visione, anche se alla fine si lascia scappare giudizi positivi sull&#8217;operato dei fourieristi: &#8220;Secondo la loro teoria, se il crimine è un effetto della civiltà, è ugualmente, e per questo fatto stesso, un&#8217;arma contro di essa&#8221; (p. 319). In altre parole Foucault sostiene la necessità di una violazione volontaria della norma come unico strumento possibile per destabilizzare il potere-sapere di chi comanda: &#8220;Di fronte alla disciplina, di fronte alla legge, c&#8217;è l&#8217;illegalismo fatto valere come un diritto; più che attraverso l&#8217;infrazione, è attraverso l&#8217;indisciplina che la frattura avviene&#8221; (pp. 322-323). Per fare crescere questo illegalismo occorre sviluppare un sapere alternativo.</p>
<p>Il problema sta tutto in queste due parole: sapere alternativo.</p>
<p>Io credo che ciascuno sia dotato di bisogni particolari, non riducibili a beni di consumo. Sono più dei diritti individuali. Ma, dato che nessuno che appartenga all&#8217;umanità &#8216;normale&#8217; ha più diritto a reclamare i propri singolari diritti, dovendosi riconoscere nei diritti universali, e dato che questi diritti non sono nient&#8217;altro che il diritto a consumare (diritto normalizzato), a ciascuno non resta altro da fare che annacquare il proprio diritto personale nel diritto universale. L&#8217;esistenza si trasforma nella volontaria rinuncia ad una parte di sé. Solo recuperando questa parte individuale e cercando di mantenerla estranea alla logica corrente, mercantile, sarà possibile continuare a &#8220;discernere il rumore sordo e prolungato della battaglia&#8221; (p. 340). Sordo perché condotto nel piccolo, prolungato perché potenzialmente infinito.</p>
<p>Auguro a tutti di poter conseguire minute e durature vittorie.</p>
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