Recensione: Marco Consentino, Domenico Dodaro, Luigi Panella, I fantasmi dell’Impero, Sellerio

Marco Consentino, Domenico Dodaro, Luigi Panella, I fantasmi dell’Impero

Sellerio, pp. 536, euro 15

Le recensioni di questo romanzo sono abbastanza unanimi: «uno dei più formidabili romanzi scritti negli ultimi tempi» (Antonio D’Orrico sul “Corriere della sera”), «un romanzo storico, un giallo, un’inchiesta giudiziaria, una doppia vicenda d’amore e un trattato filosofico sulla natura relativa della verità» (Maurizio Crosetti su “la Repubblica”), «il racconto si dipana in un contesto storico preciso, ricostruito con meticolosità e gusto per il dettaglio» (www.africarivista.it),  «una discesa conradiana negli inferi dei crimini di guerra» (Igiaba Scego su www.internazionale.it).

Un breve accenno alla trama senza svelarne i risvolti “gialli”. Etiopia, 1937, Graziani, vicerè dell’Africa orientale italiana dopo la conquista dell’Etiopia e la fondazione dell’impero, è scampato all’attentato del 19 febbraio. Qualche mese dopo, convinto che in Italia, e anche in colonia, si trami contro di lui, invia l’avvocato militare Vincenzo Bernardi a indagare su abusi operati ai danni della popolazione da un residente nei pressi del lago Tana: a suo avviso si tratta dell’indizio del complotto che non esita a provocare una rivolta per metterlo in cattiva luce presso Mussolini. La missione di Bernardi, accompagnato da un giovane ufficiale, Vittorio Valeri, e da valorosi ascari, viene ostacolata e lui stesso fatto segno di aggressioni e attentati, che però falliscono. Chi vuole fermarlo? Che cosa non deve scoprire? A questo punto la vicenda prende lo slancio per oltre 530 pagine.

Sicuramente il romanzo ha un merito: quello di demistificare il colonialista italiano “dal volto umano”, figura mitologica ancora ben viva. Ha il merito di raccontare le atrocità commesse nella repressione dei resistenti etiopi, gli arbegnà, le violenze sui civili e sulle donne in particolare, i bombardamenti con gas tossici, gli errori militari “grandi operazioni di polizia coloniale” (eufemismo per le campagne di repressione della guerriglia). Tutto questo con un gusto a volte fastidioso per il particolare truculento – e questa è una delle ragioni per cui il parallelo con Cuore di tenebra, dove l’orrore è solo alluso, mi sembra del tutto fuorviante.

Ma mi pare che ci siano anche parecchie ambiguità, in particolare quella relativa al personaggio chiave, l’avvocato militare Vincenzo Bernardi, che gli autori dichiarano modellato sull’avvocato militare Bernardo Olivieri che operò in quegli anni in colonia. Bernardi è il personaggio positivo del romanzo e tale rimane anche alla caduta del fascismo, quando contribuisce alla condanna di Kappler. Eppure nel corso di romanzo si racconta delle sue frettolose condanne a morte di presunti attentatori, in obbedienza a Mussolini; della giustificazione formale da lui elaborata per considerare i resistenti come ribelli da eliminare e non belligeranti a cui applicare il diritto di guerra, della sua partecipazione, in Libia, al “tribunale volante” inventato da Graziani per condannare rapidamente i ribelli della Cirenaica.

Inoltre la rivolta nella regione del Goggiam del ’37 è attribuita solo alla dissennata politica di Graziani, mentre la guerriglia in varie regioni dell’Africa orientale continuerà anche con il nuovo vicerè, Amedeo di Savoia, più cauto ed oculato; molti ras sono presentati in modo denigratorio – avidi e cinici doppiogiochisti – proprio come li dipingeva la propaganda fascista; viene avvalorata la tesi dei colonialisti sconfitti nel 1941 che gli etiopi detestassero più gli inglesi che gli italiani…

La ricostruzione della vicenda che portò alla sostituzione di Graziani è poi completamente fantasiosa. I nostri cambiano le date per far passare l’idea che sia stato Badoglio a convincere il duce a sostituire Graziani con il duca d’Aosta, con l’obiettivo di riportare l’impero sotto il controllo della monarchia (per una «defascistizzazione dell’Impero» sostengono gli autori nella nota finale, su cui invece ben saldo restò il controllo fascista, come dimostrano le leggi razziste contro i sudditi coloniali, emanate dal 1937 al 1940).

Licenza poetica? O volontà di rivalutare la figura di Badoglio? I lettori sono indotti a propendere per questa ipotesi, anche se in realtà è ben difficile distinguere la condotta di Badoglio e quella di Graziani sia nella “riconquista” della Libia sia nella guerra d’Etiopia.

Un’ultima questione, di metodo. Chi scrive è libero di inventare, anche in un romanzo storico. Ma di fronte a una materia controversa, incandescente, come la storia coloniale italiana (ancora luogo di miti e di autoassoluzioni) ci voleva a mio avviso più chiarezza nel dichiarare il confine tra ricostruzione fondata su dati storici e invenzione, anche relativamente ai personaggi reali (sono riportate anche fotografie di due di loro). Penso a Carlo Lucarelli ne L’ottava vibrazione, a Wu Ming 2 in Timira, a Wu Ming 1 in Point Lenana (romanzi che si riferiscono al periodo coloniale) che hanno con chiarezza indicato che cosa è documentato, che cosa è frutto di testimonianze, che cosa è inventato. Come dice Emmanuel Carrère: «Sono libero d’inventare a patto di dire che invento e di segnalare […] cosa è certo, cosa è probabile, cosa è possibile e, prima di arrivare a cos’è categoricamente escluso, cosa non è impossibile» (Il regno, p. 329).

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