Recensione: Zygmunt Bauman, Danni Collaterali, Laterza

Zygmunt Bauman, Danni Collaterali,

Laterza, pp. 198, euro 16

Traduzione Marzia Porta

E’ giusto che un’umanità in grado di produrre pensatori del calibro di Kant accetti il verificarsi, apparentemente inevitabile, di non ben definiti  danni collaterali a carico delle inconsapevoli vittime della fine del processo abitualmente definito ‘modernità’?

La fine della modernità è la fine del processo storico che ha visto la politica appaiarsi al potere per farsi carico delle conseguenze negative sull’individuo che derivavano dallo sfaldamento della struttura sociale conseguente alla nascita del capitalismo. Detto in termini più semplici “L’essenza della seconda secessione, così come l’essenza della secessione originaria, sta nel divorzio tra potere  e politica” (p. 18). All’introduzione delle macchine e del principio del profitto ad ogni costo nella vita delle comunità post rinascimentali è seguita una risposta politica, culminata nel trentennio che seguì la fine della seconda guerra. Questa risposta politica è stata diretta verso l’elargizione di garanzie sociali agli appartenenti alla comunità. La risposta politica è la riflessione diretta di presupposti che si ritenevano universali; mano a mano che il tempo passava, ci si è però resi conto che solo attraverso la condivisione di questi presupposti è possibile raggiungere l’universalità; lasciata a se stessa, la folla non deriva diritti sociali universali da diritti politici particolari: “Circa un quarto di secolo più tardi, John Kenneth Galbraith individuò un’altra costante, destinata questa volta a modificare drasticamente, se non addirittura a confutare in modo chiaro, la prognosi avanzata da Marshall: mentre l’universalizzazione dei diritti sociali inizia a produrre risultati, i detentori dei diritti politici tendono in misura sempre maggiore a servirsi del proprio diritto al voto per sostenere iniziative individuali – con tutte le conseguenze che questo comporta: l’aumento, anziché il calo o l’eliminazione, della disuguaglianza nei redditi, negli standard e nelle prospettive di vita” (p. 9).

Attraverso questa dialettica i diritti politici e i diritti sociali si separano ed i secondi diventano scopi da raggiungere individualmente e non più garanzie certe, dipendenti dall’appartenenza al genere umano. La politica baratta con i cittadini i diritti civili con i diritti del consumatore; la massa, il popolo non si rende conto – non può perché il popolo non ha ne può giungere a una coscienza collettiva, come sperava Marx – che acquisire i diritti del consumatore cedendo i diritti civili significa consegnare se stessi al destino di doversi auto costruire. Ognuno diventa così responsabile del proprio destino. Questa cosa può essere in linea astratta ritenuta corretta, ma non va dimenticato che lo sarebbe completamente solo se si fosse tutti uguali al punto di partenza. Dato però che proprio qui si attua la prima e più importante differenza, ne deriva che il destino di una larga parte dell’umanità si compie già alla nascita, dipendendo dal luogo dove si nasce e dalla classe sociale cui si appartiene alla nascita. Il danno collaterale del libero mercato, dove ciascuno effettivamente potrebbe affermarsi in base al proprio valore oggettivo, si materializza nel fatto che pochi giungono ad esprimere questo valore intrinseco per il semplice fatto che sono estrinsecamente impossibilitati a farlo.

Le dinamiche mercantili colpiscono tutte le società in tutti i paesi, determinando un sempre maggior numero di ‘danni collaterali’ cioè di persone estromesse dai diritti civili in quanto non in grado di accedere ai diritti del consumatore. “Nel 2008 Glenn FireBaugh fece notare che è in atto l’inversione di una tendenza da tempo nota: stiamo passando da una crescente disuguaglianza tra nazioni accompagnata a livelli di disuguaglianza stabili o in calo all’interno delle nazioni, a una diminuzione della disuguaglianza tra le nazioni e un aumento della disuguaglianza al loro interno” (p. 52). Il capitalismo è ormai planetario e crea all’interno delle singole nazioni, anche in paesi per tanti versi poverissimi, gruppi ristretti di gestione del potere economico – Bauman dedicata un lungo ed interessante capitolo alle dinamiche di gestione del potere dove ci spiega come tale gestione esenti il gestore dalle regole che egli stesso crea, fatto ben noto soprattutto nel nostro paese – circondati da una fascia sempre più ristretta di persone che galleggiano nel costante timore di cadere nella fascia più bassa, quella delle persone prive dei diritti del consumatore.

Non dovrebbero esserci danni collaterali in un mondo retto dalla ragione, ma la ragione non può da sola reggere il mondo, quindi dobbiamo accettare i danni collaterali. Kant, che esprime il proprio disaccordo a questo sillogismo fin sulla lapide della propria tomba, s’era accorto di questo trascurabile dettaglio proseguendo il ragionamento dopo la pubblicazione della Ragione Pura; così vede la luce la Critica della Ragione Pratica. Nasce l’imperativo morale che viene elevato a livello di legge naturale; se tale imperativo venisse applicato con la stessa inevitabilità delle leggi della fisica, la società umana funzionerebbe da Dio. L’uomo riuscirebbe a raggiungere quel livello di funzionamento panteistico auspicato dai mistici. Così non è avvenuto però, la trasformazione della modernità da solida (contrapposizione tra comunismo e capitalismo) a liquida (contrapposizione tra mercato e individuo) lo dimostra. Non sappiamo se la sconfitta delle finalità dell’illuminismo sia definitiva o solo temporanea. Pur  dubitando nella possibilità di tornare a perseguire a breve questi scopi a livello sociale, ci tengo a sottolineare che oggi più che mai è possibile una liberazione individuale, una liberazione che costa fatica e impegno e, soprattutto, la capacità di dire non alla fascinazione dei beni di consumo (il rapporto tra consumismo e moralità non è affatto simmetrico, p. 79). Ma, dato che la realtà è nell’insieme dialettica, occorre abbinare alla capacità individuale la pratica politica auspicata da Bauman, che cerchi di superare l’ormai sconfitto Stato Sociale per arrivare ad un Pianeta Sociale ancora da costruire ma quanto mai necessario alla sopravvivenza di entrambe la parti, che potremmo chiamare apocalittici e integrati, l’una il danno collaterale dell’altra.

 

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